Luca Guido. Periferia: Tam Tam Scampia. Intervista a Riccardo Dalisi

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Riccardo Dalisi è senza dubbio una delle personalità più vivaci ed estroverse del mondo del design italiano ed internazionale. Le sue caffettiere, i suoi personaggi di latta, le sue sculture catturano lo sguardo e l’immaginazione poiché ci proiettano in un mondo onirico, popolato da esseri dispettosi e gioviali pronti a trasformarci in bambini. I titoli delle sue numerose pubblicazioni raccontano con estrema efficacia le idee alla base della sua concezione dell’uomo progetto e del modo in cui si relaziona al mondo del “progetto”: L’architettura dell’imprevedibilità (1970), Architettura d’animazione (1974), Progettare senza pensare (1998), Radicalmente (2004) Design ultrapoverissimo (2005), Creare con le mani, diritto alla creatività (2006) sono solo alcuni dei volumi che illustrano l’opera di Dalisi.

Il suo percorso culturale è piuttosto noto, in particolare i laboratori di strada condotti sin dai primi anni ’70, ai tempi dell’insegnamento di composizione architettonica presso l’Università di Napoli.

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Dopo i primi lavori come architetto attento alle sperimentazioni progettuali degli anni ’60-’70, l’impegno nel sociale e il rapporto tra creatività, artigianato, arte, città sono diventati il minimo comune denominatore di ogni ricerca intrapresa da Dalisi. Ma come mai parliamo di lui? L’occasione ci è offerta dalla sua ultima iniziativa intitolata Tam Tam Scampia, ovvero l’idea di realizzare nel noto quartiere alla periferia di Napoli un “Museo dei Bambini”, contro parte di un progetto che ha dato vita a Milano alla “scuola estrema” Tam Tam, in cui si organizzano gratuitamente corsi tenuti da designer e artisti. Ma se a Milano l’iniziativa coinvolge la Naba, Nuova accademia di Belle Arti, nei cui spazi sono ospitati gli incontri e le attività principali, a Scampia la sfida appare più libera e forse più complessa poiché svincolata da etichette istituzionali, seppur prestigiose.

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L’idea di lavorare in periferia e con i bambini non è nuova se pensiamo alle passate esperienze di Dalisi. Egli deve molto del suo lavoro alle relazioni umane che nel corso degli anni ha costruito con gli spazi e le genti della strada. “Durante un incontro a Scampia sono stato sfidato nel disegno dai bambini. Ho mostrato come disegnavo i cavalli e subito si sono messi all’opera. I loro cavalli sono belli e affascinanti, assorbono in sé l’immagine dei cavalli preistorici rupestri e quelli di qualche artista del Novecento. Forse più belli, formidabili, curiosi, assurdi. Mostreremo i loro e i miei cavalli insieme1” ha recentemente dichiarato Dalisi al quotidiano Repubblica per spiegare come fosse nata l’idea del Museo dei Bambini. Un’iniziativa che si dimostra coraggiosa ed effimera allo stesso tempo, capace di mutare ed adattarsi alle contingenze specifiche dei più piccoli.

Non si tratta di realizzare un edificio, piuttosto di creare un’atmosfera, di suscitare delle emozioni di stimolare la creatività delle persone coinvolte. Ovvero costruire tutte le premesse ad un’esperienza architettonica e spaziale capace di guardare oltre le pratiche consuete.

I bambini, a differenza degli adulti e di molti architetti, sono senza dubbio capaci di aprirsi ai temi più inconsueti: “Mi piace ricordare la sediolina per un cece che costruì una bambina al Rione Traiano negli anni Settanta e che fu ridisegnata da Andy Warhol, Joseph Beuys, Ettore Sottsass, Enzo Mari, Alessandro Mendini, Umberto Eco e altri2” ricorda Dalisi, sottolineando allo stesso tempo come l’intento sia quello di far nascere una sorta di “Bauhaus dei bambini”.

Queste attività, quasi fossero una panacea contro il lungo abbandono da parte dello stato, dovrebbero avere luogo all’interno delle famigerate Vele di Scampia, progettate con ispirazione da Franz di Salvo all’inizio degli anni ‘60. Il messaggio è dunque di speranza, il riscatto è possibile anche se lontani dai palazzi del potere. A darcene conferma è lo stesso Dalisi che risponde volentieri alle domande poste da Archphoto trasmettendoci tutta la sua vitalità intellettuale e la sua fiducia nel futuro.

Luca Guido: Come la creatività spontanea e popolare può contribuire a migliorare le caratteristiche di uno spazio urbano? E come possono contribuire i bambini?

Riccardo Dalisi: Il bambino, tenuto sempre in un suo spazio ben distinto da quello dell’adulto, in una sorta di pre-realtà (l’adulto che dovrà essere), è invece un essere ben presente capace di dare un contributo importante anche alla dinamica urbana e alla sua estetica. Il senso del fiabesco che emerge dalle sue produzioni quando viene stimolato creativamente è un sentimento che ogni strada, ogni piazza e ogni parco delle nostre città dovrebbero avere per avvicinarsi ad un’estetica a misura d’uomo.

Per chi è abituato alla “dinamica creativa architettonica” il fiume di modellini che i bambini immancabilmente producono quando li incontro mostra un bisogno di racconto, di forme dello spazio più aderenti ad una fresca, gradevole e a volte persino affascinante visione dello scenario urbano di cui occorrerebbe tenere conto. Educare al bello è anche aprirsi ed accogliere spunti che possono venire da ogni luogo. Da queste e da tante altre esperienze viene infatti un suggerimento importante ed efficace che penso sia nostro compito di educatori e operatori del territorio cogliere e coltivare nel tempo, sia per dare voce alla creatività dei bambini sia per rinnovare la nostra visione di adulti della città che abitiamo al fine di avvicinarla, per quanto ci è dato, al massimo della gradevolezza possibile.

LG: Cosa ne pensa delle periferie urbane? Si parla sempre dei difetti e dei problemi delle periferie ma quali sono le loro qualità e potenzialità?

RD: I quartieri periferici, al di là delle difficoltà che quasi sempre li caratterizzano, sono a mio parere una grande risorsa, sono un fermento continuo con tante potenzialità. Negli scantinati e negli spazi all’aperto degradati del Rione Traiano negli anni ’70 nacquero tante cose: disegni, sedie costruite con materiale di risulta, ricami, lampade, prototipi iniziali. Tutto materiale che oggi si trova in prestigiosi musei come il Frac Centre di Orleans o il museo della Triennale di Milano a testimonianza di un periodo storico di grande interesse della cultura italiana, che genericamente va sotto il nome di “radicale”.

LG:Secondo lei al giorno d’oggi quale può essere il contributo delle facoltà di architettura nei confronti dei problemi e delle risorse della città contemporanea? Crede che vi sia la sensibilità di comprendere e condividere il senso di queste sperimentazioni nelle aule universitarie da parte dei docenti?

RD:Ho molta fiducia nella sensibilità dei docenti di oggi delle facoltà di architettura. E questa fiducia mi viene anche dal grande interesse che il mio lavoro e la mia ricerca suscita continuamente in giovani e meno giovani. Ne è una dimostrazione il corso libero “Progettazione e compassione”, l’ultimo della mia carriera universitaria, che ho tenuto dal 2000 al 2004 al rione Sanità e che attirò decine di studenti e anche qualche collega. Occorre però inventare sempre qualcosa di nuovo commisurato ai tempi che viviamo, e questo è il mio sincero auspicio per tutta l’università.

[Luca Guido]

13.3.15

 
 
 

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