Luca Guido. 32 tavoli di leggerezza

©Fotografie Enrico Canofotografia di Enrico Cano, courtesy RPBW

La mostra [Renzo Piano Building Workshop:Piece by Piece] è senza dubbio uno degli eventi curatoriali più significativi realizzato negli ultimi anni nel mondo della cultura architettonica italiana. Non si tratta di una semplice mostra retrospettiva, bensì di un tentativo di illustrare un metodo progettuale, una dimostrazione di fiducia nelle risorse offerte dalla professione architettonica.

Ne emerge uno sguardo fiducioso verso il futuro, un atteggiamento convincente, un invito a praticare la disciplina architettonica alla ricerca della leggerezza, della luce, della precisione tecnologica. La mostra, a cura dello studio Renzo Piano Building Workshop e della la Fondazione Renzo Piano, rientra nelle attività della “Biennale Internazionale di Architettura-Barbara Cappochin”, importante momento culturale che coinvolge la città di Padova sin dal 2003. Tuttavia le aspirazioni di questa biennale padovana mirano ad avere rilievo e carattere internazionale.

In passato sono stati invitati altri noti progettisti a partecipare: Mario Botta, David Chipperfield, Kengo Kuma, Zaha Hadid. Inoltre, col supporto di prestigiosi patrocini, alla mostra si affiancano una serie di conferenze e dibattiti sulla qualità della vita e dell’architettura, ed un premio che assegna riconoscimenti a svariati progettisti, sia a livello locale che globale. Il tutto è organizzato dalla Fondazione Barbara Cappochin e dall’Ordine degli Architetti di Padova col fine di promuovere l’architettura contemporanea e di mantenere vivo il ricordo di Barbara, giovane studentessa di architettura presso l’IUAV, morta prematuramente.

Lo spazio riservato a Piano si inserisce dunque in un contesto estremamente stimolante ed articolato. Ma perché la mostra di Piano è uno degli eventi più significativi realizzato in Italia negli ultimi anni? I motivi sono molteplici. In primo luogo si tratta di un evento dedicato anche grande pubblico, non vuole presentare un tema specialistico o una figura conosciuta solo dagli addetti ai lavori, e illustra progetti del recente passato e del presente, ponendosi come una riflessione sullo stato dell’arte e sugli attuali indirizzi progettuali intrapresi da Piano. In secondo luogo si tratta di una mostra di grandi dimensioni, come non se ne vedevano da tempo in Italia, completa nel suo apparato illustrativo ed estremamente efficace ed innovativa nella concezione dell’allestimento. Un’iniziativa da prendere a modello per il MAXXI di Roma, un luogo preposto all’organizzazione di eventi volti a promuovere e presentare le arti del ventunesimo secolo ma che, a causa della gestione curatoriale, ancora non si è dimostrato capace di alimentare il dibattito sui temi della contemporaneità in architettura.

Il successo della mostra padovana è innegabile: il giorno dell’inaugurazione la sala straripava di gente, e gli organizzatori hanno dovuto allestire un maxischermo per strada per permettere alle persone che si accalcavano di poter seguire la lectio magistralis di Renzo Piano. La prestigiosa cornice del Palazzo della Ragione, antico edificio concepito durante l’età dei comuni, ha inoltre creato le condizioni giuste per una serie di accorgimenti espositivi che mirano a portare il visitatore in una sorta di officina sperimentale.

La sala, che raggiunge le dimensioni di circa 80X30 metri, è stata occupata da 32 tavoli, ognuno dei quali è dedicato ad un progetto diverso. Sospesi nello spazio sovrastante decine di fotografie di grande dimensioni, oltre a “pezzi di architettura” riprodotti in scala che completano l’apparato di disegni, libri, modelli, fotografie disposto sui tavoli. Il risultato finale è affascinante poiché traguardando l’intero spazio si ha l’impressione che l’allestimento prenda l’aspetto di una piccola flotta di barche sospinte dal vento in mezzo ad un arcipelago frastagliato di isole.

I progetti sono suddivisi in quattro sezioni (“the lightweight, intelligent city”, “beginning with building: lightness in construction”, “architecture for music and silence”, “places of culture, space for art”) abbracciando un arco temporale che va dagli esordi della carriera di Piano fino ai nostri giorni. Si tratta di una scelta d’occasione, ma sufficientemente pratica a sottolineare il tema dominante, quello che Piano chiama “the poetry of lightness”, of lighting and of movement. Tutti i materiali appesi al soffitto, combinandosi tra di loro in modi inaspettati, partecipano alla definizione di questo linguaggio espressivo che mira a rappresentare un’architettura assemblata in una momentanea sospensione della forza di gravità.

Questo aspetto rappresenta il pregio ed allo stesso tempo il limite di molti progetti presenti in mostra. Renzo Piano ha saputo senza dubbio unire le istanze creative di personaggi come Cedric Price, Buckminster Fuller, Yona Friedman, al rigore progettuale di Mies Van Der Rohe, ma in alcuni progetti importanti (come ad esempio quello per Potsdamer Platz a Berlino, nel Saint Giles Court di Londra) ha sacrificato i valori spaziali sull’altare della tecnologia. Tuttavia se i risultati sono quelli visti, dobbiamo solo sperare che anche altri architetti possano intraprendere questa strada.

La mostra in tal senso risulta estremamente educativa sia per i giovani studenti che per i progettisti con più esperienza. Attorno ad ogni tavolo sono disposte otto sedie, cosicché si possano passare in rassegna i materiali progettuali esposti con tutta calma, quasi come se il visitatore fosse un componente di un team al lavoro: sul tavolo si ha l’opportunità di visionare, oltre al progetto realizzato, anche i modelli di studio, le ipotesi iniziali, le soluzioni tecnologiche scartate, i pentimenti, i dubbi e i cambi di direzione. Il messaggio che questa mostra vuole far passare non è quello celebrativo, ma quello di un’architettura concepita come costante ricerca. Questo spiega l’atmosfera tra il laboratorio, il cantiere e lo studio professionale in cui ci si sente immersi e spiega anche il titolo piece by piece.

In una recente intervista, precedente la sua nomina a senatore a vita della Repubblica italiana, Renzo Piano ha affermato che “l’architettura è un’arte di frontiera; sconfina nella scienza, nella tecnologia, nella geografia, nella storia, nella climatologia, nella vita di comunità e dunque nella politica” (1), dimostrando tutto il suo interesse nei confronti della società contemporanea, la sua curiosità nei confronti di un mondo in continuo cambiamento. Nonostante i suoi edifici, nel più recente passato, non siano stati oggetto di particolari apprezzamenti da parte degli ambienti universitari italiani, Renzo Piano è divenuto un modello per i giovani studenti, a conferma del fatto che la migliore scuola di architettura è al di fuori delle accademie incapaci di rinnovarsi.

[Luca Guido]

17.4.14

 (1) “Legno e vento, materia dei sogni: così l’arte è un <<buon lavoro>>”, intervista a cura di Claudio Magris, Corriere della Sera, 6 marzo 2013

 

 
 
 

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