Occhiali da sole/Marzia Petracca
HIERAX.
UNA PIAZZA SENZA TEMPO: UNO SCORCIO D'ETERNITA' ALL'INCONTRO DI DUE MONDI


 


Al viaggiatore che si avventuri nel Meridione d'Italia, in un'estate torrida, attanagliata dalla canicola di agosto, che brucia e soffoca e tremula avvolge confondendo le immagini e gli orizzonti, non è inconsueto imbattersi in velate visioni di paesi arroccati su picchi rocciosi a strapiombo sul mare, arsi dal sole e battuti dai venti. Luoghi lontani dal mondo e fuori dal tempo, che pure nel tempo rimangono eterne testimonianze di antiche battaglie e sconfitte e vittorie, simboli perenni di incontri di culture, che inconsapevoli si trascinano una storia importante.
Lungo i tornanti che si arrampicano coraggiosi può capitare, a chi ha tempo e modo di osservare e ricercare con pazienza, di essere rapiti e condotti verso atmosfere irreali, perché non immaginate, che aprono le porte al ricordo di antiche gesta di antichi uomini narrate nelle pietre antiche che finalmente scoperte si possono così raccontare.

Gerace, l'antica Hierax, è così: si erge su uno sperone d'arenaria alle porte dell'Aspromonte, e, come un miraggio, attira a sé rivelando segreti, visioni, leggende. Sorta per necessità, baluardo contro i Saraceni, deve la sua origine al leggendario sparviero (Hierax in greco) che indicò la strada sicura alla gente che, in fuga, lì riparava.
Hierax, lo sparviero, oggi simbolo della città, è l'inizio di un viaggio fantastico che ha il gusto della nostalgia e il candore dei vicoli lastricati di ghiaia che salgono prepotenti, sentieri contorti e pieni di misteri.

A Gerace ogni scorcio è ciò che nasconde, ogni strada è ciò che lambisce, i palazzi che sfiora, le piazze in cui si apre. La città con il Borgo e il Borghetto è un continuo saliscendi di vicoli e persone, un alternarsi di vecchi palazzi nobiliari e chiese, molte chiese, che le valsero in passato il nome di città santa. Di queste chiese ne rimangono oggi circa venti, d'epoche e stili differenti: un'articolata varietà che un'atmosfera di sacralità drammatica riconduce nei confini di un armonica unità quasi irreale, che aleggia e sta nelle piazze e nei cortili.
Nell'architettura sacra l'impronta bizantina è marcata, gli echi lontani di antiche liturgie greche ancora risuonano, tanto che il rito ortodosso è tutt'ora vivo, nonostante dal 1480 sia stato soppiantato dal latino ufficiale.
Oriente e Occidente si incontrano a Gerace, ciò che ne consegue è difficile spiegare: equilibri perfetti, armonie superiori aprono la mente su nuovi punti di vista che annullano schemi e categorie di ogni sorta.

Con la Porta del Sole inizia la città, sulla sua sommità il simbolo dello sparviero segna l'accesso al Borghetto. Sicura e decisa la strada in salita conduce, costeggiando il Monastero di Sant'Anna, alla Piazza del Tocco, sede municipale, e da qui alla cattedrale normanna nella Piazza Tribuna centro nevralgico della cittadella. Lievemente in discesa e dominata dai riflessi dorati che il sole dipinge sulla pietra calcarea grigio chiaro della cattedrale, la piazza è il luogo di sosta e di incontro, con i bar e i tavolini all'aperto, dove la gente del luogo e qualche turista si confondono e tutto attorno è pacatamente animato.
Il doppio abside di stampo normanno della cattedrale testimonia il passaggio definitivo dalla città greca alla città medievale. La sua maestosità impone allo sguardo di non proseguire oltre: la città è qui, con il suo cuore pulsante a segnare il centro del mondo.

Ma superata l'adiacente Porta dei Vescovi, il viaggio diventa più interessante, i vicoli si fanno più stretti e ripidi e le botteghe dei vasai colorano il silenzio e fanno compagnia a chi, curioso e attento, osserva e scopre angoli inattesi, cortili sonnolenti, cancelli ricoperti di bougan-ville e oleandri, finché stupore e malinconico smarrimento coglie lo sguardo che incontra la Piazza delle tre Chiese.

Sospesa nel tempo la piazza è uno spazio aperto e chiuso: è chiuso fra tre chiese ed è aperto sul borgo sottostante e sul mondo. Qui stili e religioni sono accostati con sapiente maestria. Si impone per primo alla vista il bel portale di San Francesco. I decori normanni nelle strombature archiacute alternano motivi geometrici e antiche simbologie segnando l'accesso ideale alla piazza.
Lo sguardo supera il portale seguendo il nitido profilo gotico di San Francesco, le snelle monofore laterali scandiscono il ritmo cadenzato della navata all'interno. L'ala superstite dell'antico chiostro ad essa adiacente conferisce al luogo un senso di pace sacrale e le lastre sepolcrali di antichi monumenti funerari sono testimoni muti di un silenzio solenne che è rotto soltanto dalle melodie provenienti dalla chiesa (oggi trasformata in auditorium) che invadono la piazza. Ad agosto una stagione musicale particolarmente intensa ha inizio con la rassegna Musicarchitettura, e allora i luoghi risuonano di echi sublimi e questa piazza si fa spazio magico in balia di strane alchimie.

E mentre spazio e tempo si confondono, mondi differenti e opposti si scontrano e si fondono, ascendenze orientali pervadono questo luogo e lo sguardo si ferma davanti alla piccola chiesa di San Giovannello, che, di fronte alla latina San Francesco, sta austera e severa, sede della chiesa ortodossa di Gerace.
Il tetto a capanna e le piccole monofore ne annunciano l'impianto modesto e più contenuto, dalle murature in pietra locale, malta e cotti. Da quando nel 1991 un monaco dal Monte Athos ha fatto esplicita richiesta al vescovo del luogo affinché venisse ripristinato il rito bizantino, il piccolo tempietto è destinato alle celebrazioni ortodosse ufficiali.
Tradisce l'esterno un'esaltazione di intarsi e ori nelle icone e negli stralci delle antiche pitture bizantine che ricoprono in parte la simmetrica struttura all'interno.

Al tramonto una luce innaturale allunga le ombre nella piazza, mentre lampi guizzano e rimbalzano sulle dorature delle icone e le monofore di San Giovannello sono occhi vivi e scintillanti.
Rintocchi vespertini si rincorrono disordinati dai campanili, e la cupoletta a trullo del Sacro Cuore proietta la sua ombra sulla piazza, e incombe sulle chiese e sulle persone, su un violinista che ripassa la sua parte nel chiostro di San Francesco, e ogni cosa si blocca in questo istante nello scatto di un fotografo che la renderà perenne.

La chiesa del Sacro Cuore aggiunge un motivo nuovo, la facciata dagli angoli smussati si apre sulla strada lateralmente alla piazza, e girando crea un' imponente quinta scenica al rito del tramonto che ogni giorno qui si compie. All'interno è un tripudio di stucchi e decorazioni, turchesi e dorature che un allegro, e a volte ingenuo, barocco di questo sud riveste di esagerata devozione popolare. Non così i maestosi pavimenti in maiolica, che conservano ancora tutto il gusto delle importanti origini settecentesche.

Quando l'imbrunire avvolge tutto d'azzurro, e portali, finestre, cornici e cupole e cortili lentamente perdono i contorni e le differenze sono il ricordo lontano di una descrizione troppo limitata e fredda, la piazza risuona d'infinito, hierax lo sparviero leggendario ancora volteggia e veglia e un sole scolpito nelle modanature del portale di San Francesco rimane nel tempo il simbolo orientale di eternità.
Marzia Petracca

©copyright archphoto 2003-Marzia Petracca