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"La
storia si attua e si fa lottando col presente per avanzare verso il futuro,
non coi ricordi nostalgici. C. Scarpa"(1)
Il saper guardare oltre l'evento dovrebbe essere preoccupazione di ogni
artista.
Per questo una nuova architettura, opera d'arte più o meno discutibile,
necessita di continue e adeguate attenzioni. Spesso accade il contrario,
ma non è il caso di tomba Brion.
Seduta sull'erba di fronte al padiglioncino sull'acqua, rimango compiaciuta
delle parole del giardiniere: "questa ninfèa sta morendo,
ma non posso mettere dell'insetticida nell'acqua, altrimenti la vasca
in calcestruzzo si rovina
e poi i pesci muoiono!".
Forse anche questa postuma attenzione, era ciò che si sarebbe aspettato
Carlo Scarpa, tra la primavera e l'autunno del 1970. In quell'anno, infatti,
iniziava a concretizzare a S. Vito di Altivole le sue 'forme ambiziose'.
"La forma sorge da una serie quasi infinita di scomposizioni in cui
ogni parte, ogni elemento vuole essere espresso dalla sua individualità,
dalla sua logica specifica. Tale volontà frammentaria è
conseguenza di una interpretazione dell'architettura partendo dalla presenza
del tattile, del suo valore sensoriale. C. Scarpa"(2)
I quattro oggetti di tomba Brion: padiglione sull'acqua, arcosolio, cappella
dei parenti, cappella, risultano quindi, come singoli eventi ben distinti,
per i quali non è prevista un'osservazione centralizzata, né
punti di vista che privilegino un elemento rispetto agli altri. "Infatti
non è vero che l'architettura di Scarpa esalti il dettaglio, in
essa vi è soltanto assenza di gerarchia e il singolo evento è
trattato come l'opera intera
in ogni episodio singolo c'è
tutto. E ogni episodio si adatta al resto dell'opera come questa si adatta
al luogo dove è situata." (3)
Scarpa non sembra rappresentare dunque un elemento isolato, ma più
semplicemente un certo livello di analisi del 'problema'. Nonostante si
tratti di quattro architetture individuali, appaiono comunque evidenti
e volute le relazioni visive di ogni figura rispetto alle altre, relazioni
che favoriscono il 'tutto' nel divenire un 'grande racconto'.
Per fare ciò il maestro ha progettato la 'copertina del libro',
il muro di cinta. Un lungo setto inclinato di 60° rispetto alla linea
dell'orizzonte, scandito ogni 8.80 m da un piedritto. Il muro ha così
sapientemente avvolto i 2000 metri quadrati di cimitero, sviluppato ad
"L", di quota + 75 cm rispetto ai campi circostanti.
"Il contesto costituisce il fattore indispensabile e decisivo. R.
Jacobson"(4). Ha 'ospitato'quindi il 'circostante' nel cimitero,
utilizzandolo sia come scenario, che come parte integrante di un unico
'sistema'.
"Il paesaggio inventato a S. Vito di Altivole sussurra di continuo,
ma nasconde l'origine dei suoi simboli." (5) Così chi entra
in tomba Brion ha la sensazione di far parte di un libro pop-up, quelli
per bambini, dal quale sfogliando emergono pian piano in 3D, forme all'apparenza
fantasiose.
Allo stesso modo l'arcosolio o la cappella dei parenti appaiono come oggetti
curiosi, celati un tempo sotto l'erba, ed ora emersi del tutto, o in parte,
grazie alla spinta del terreno.
Questo gioiello, espressione della volontà di produrre un'architettura
fondamentalmente descrittiva e di una poetica basata sull'accumulazione
dei segni, è il frutto di innumerevoli studi, scelte, inevitabili
insicurezze "come sempre avviene alla fine di un lavoro, ho pensato:"Dio
mio, ho sbagliato tutto. C. Scarpa"(6)
e del formidabile intuito
del maestro. "La massima perfezione tecnica non potrà mai
sostituire la scintilla divina dell'arte. W. Gropius"(7)
Così carboncino su veline, pastelli colorati su grafite :"
con
lo sporcar si trova,
se non mi viene furori con il carboncino, è
meglio abbandonare il campo. C. Scarpa"(8) hanno prodotto tanta meraviglia.
"Il percorso verso l'architettura non può essere solo concettuale,
bensì anche fisico ed empatico. C. Scarpa"(9), a questo proposito,
della visita a tomba Brion fanno parte :
il fruscio delle scarpe sulla ghiaia, dimenticato appena si passa dal
vecchio cimitero del paese, al 'nuovo'di Scarpa;
il fresco nell'edicola d'ingresso, concepita come zona d'ombra, nella
quale l'ornamento, le "gradonature" e i giunti, la fa da padrone.
"Mi ricordai che il giunto è l'origine dell'ornamento. C.
Scarpa"(10). (All'edicola si accede da 5 gradini grandi, interposti
a 2 gradoni di alzata doppia);
Nonostante la presenza di ornamentazione, che altrove avrebbe favorito
la dissociazione dell'edificio nelle sue unità, qui ogni evento
plastico rimanda all'opera nella sua totalità;
il ritmo circolare dalle tessere in mosaico blu e rosa, all'ingresso,
vere e proprie fedi nuziali incrociate, appare come un dettaglio sofisticato.
E'pensato in modo che ogni fede presenti sulle due facce entrambi i colori.
Osservandole quindi dall'esterno o dall'interno, il rosa si trova sempre
a sinistra ed il blu a destra;
il riflesso prodotto dalle infiltrazioni di luce, sulla porta in cristallo
e bronzo. Questa, se spinta con forza dall'alto verso il basso, s'immerge
ingegnosamente nell'acqua, per far spazio al percorso che conduce al padiglioncino;
il gelo che si prova sfiorando i sei cavi d'acciaio tesi sull'erba. Voluti
a dividere il prato antistante l'arcosolio, dalla vasca d'acqua che ospita
il padiglione;
il ruvido di tonnellate di calcestruzzo, realizzato su casseforme di abete
non piallato. "...chiarezza costruttiva portata fino alla sua espressione
esatta. Questo è ciò che io chiamo architettura. Mies van
der Rohe"(11);
il curioso e ragionato incrociarsi di percorsi pavimentati e non, che
si snodano lungo tutta l'area, svelandone a poco a poco la logica.
(Ad esempio per le due sepolture, che occupano una posizionate ribassata
rispetto al terreno di riporto, la loro percezione finale è anticipata
dai percorsi collocati a quota superiore);
la serenità che il luogo comunica, pur visitando un 'percorso'
in cui "la morte, non la vita eterna, è al centro della riflessione."(12);
il freddo del tappeto mosaicato in tessere bianche e nere, sotto i due
sarcofagi, che con intersezioni simboliche unisce le due sepolture in
ebano;
l'emozionante simbolismo dei due sarcofagi, iscritti in volumi convergenti
di marmo, quasi a volersi avvicinare all'infinito l'uno all'altro. Questi
sono riparati da una straordinaria struttura a ponte, bilanciata da eleganti
mensole alle estremità. Alleggerita da due ali rastremate, che
si staccano dai costoloni centrali;
il 'tam tam' prodotto dalle mani di un professore Canadese in visita con
i suoi studenti. Sobriamente picchietta come su di un bongós il
gradino della piccola scala che collega la cappella all'arcosolio.
Scala le cui alzate si intersecano a formare una croce;
il contrasto tra le superfici del ferro e del cemento bianco (gettato
su casseri di vetro con piccole croci ageminate), che compongono la porta
grande della cappella.
Soluzione, invece, di ebano e vetro, per la porta più piccola in
basso;
il fruscio dei cipressi nel 'cimitero dei religiosi'. Una sorta di giardino
privato, nonché barriera contro l'esterno, e destinato alla contemplazione
della cappella.
Tomba Brion si presenta come un'anziana signora, matura, elegante, ancora
misteriosa e paradossalmente immortale. Va avvicinata con conoscenza,
prudenza e rispetto.
Giorgia
Baggio
giorgia.baggio@libero.it
(1).-
(2).- (5). - (8). - (12). G. BELTRAMINI, K. W. FORSTER, P. MARINI, Carlo
Scarpa, Electa, Milano 2000.
(11). M. TAFURI, F. DAL CO, Architettura contemporanea, Electa, Milano
1992.
(7). G. C. ARGAN, Walter Gropius e la Bauhaus, Einaudi, Torino, 1951.
(3). B. ALBERTINI, S. BAGNOLI, L'architettura nel dettaglio, Roma, 1988.
(4). R. JACOBSON, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano,
1966.
(6). A. MARTINET, La considerazione funzionale del linguaggio, Il Mulino,
Bologna, 1966.
(9). M. BOTTERO, Lo spazio poetico del cimitero Brion, in "Abitare"
n° 272, 1989.
(10). M. BRUSATIN, La tomba dell'architetto, in "Eidos", 1983.
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archphoto 2003-Giorgia Baggio
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