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L'architettura
della connessione|La società del controllo
Il
romanzo 1984 di Orwell analizza, per la prima volta, il sistema di sorveglianza
mediatica che coinvolge e demarca la società postindustriale. Profetico,
visionario, lucido l'autore individua nel Grande fratello una macchina
di controllo senza precedenti nella storia.
David Lyon in L'occhio elettronico. Privacy e filosofia della sorveglianza
scrive: "Telecamere a circuito chiuso, carte di credito, bancomat,
carte di identità magnetiche, controlli incrociati di dati personali
tra archivi di tipo differente, telefoni cellulari e identificazioni di
chiamata, check invisibili della produttività. [...] L'elemento
di novità sta nel "sé digitale", una sorta di
doppio elettronico composto di dati "sensibili" relativi agli
individui in carne e ossa, venduto e scambiato tra i numerosi database
governativi e privati, usato per concedere fidi bancari e creditizi e
determinante nell'orientare le aspettative di vita dei singoli individui.
Si tratta quindi di identità elettroniche che viaggiano autonome
e intangibili su reti dedicate" (Lyon 97).
Questa dimensione oggi estesa ed incontrollabile trova una incredibile
anticipazione nel sistema di costruzione del labirinto, che secondo lo
storico Filocoro (270 a.C) era per i Cretesi una prigione nella quale
l'unico male era quello di essere strettamente sorvegliati.
Se il labirinto etimologicamente designa un insieme di gallerie sotterranee,
nel 1830 - 40 il programma del Panopticon di Bentham designa una figura
architettonica ad anello nel cui centro una torre tagliata da ampie finestre
permetteva in qualsiasi punto di osservare i carcerati e le loro celle.
Secondo Michel Foucoult, che in Sorvegliare e punire dedica ampio spazio
al tema della sorveglianza, la prigione-macchina segna il sistema del
controllo del potere da cui la società contemporanea dipende e
deriva.
Su questo tema D + S dedicano nella loro opera uno spazio di ricerca centrale.
Nel 1999 realizzano l'installazione Master/Slave. Metafora, gioco, rimandi
al cinema di fantascienza ed al tema del corpo meccanico dotato di anima,
in questa opera vengono visualizzati una collezione di robots-giocattolo.
Un nastro trasportatore dispone i robots in una condizione burocratica,
sottoposti ad un accurato quanto invasivo sistema di sorveglianza, sicurezza
e controllo.
Nel
contesto di una mostra di fantascenza, la Cartier ci chiese di mettere
in vetrina la collezione di robots giocattolo di Rolf Fehlbaum nella grande
galleria di vetro di Jean Nouvel. Dovemmo prima considerare il robot da
un punto di vista culturale. Nell'immaginario modernista, il robot serviva
come un corpo surrogato in grado di eseguire incarichi umili, lasciando
l'uomo libero di dedicarsi ad attività più importanti. La
fantasia utopica divenne distopica in famosi film in cui il robot acquisiva
un'intelligenza artificiale sufficiente a rovesciare la relazione padrone/schiavo.
Mentre i robot di Fehlbaum erano semplicemente giocattoli al servizio
dei bambini, qui, come prodotto museologico, essi potevano dettare le
regole del gioco (D + S 2004).
Ciò
che rende l'installazione estremamente interessante, oltre il sistema
di relazione filosofico-sociale che l'opera possiede, è l'architettura
costruita, lo spazio all'interno del quale si muovono i robots-giocattolo,
quasi un'architettura implosa di memoria modernista, che, posta ad altezza
dello sguardo degli spettatori, li spinge ad osservare e giudicare.
La
collezione di robots giocattolo occupava una vetrina gigante, non differente
dalla galleria nella quale si trovava. Era, tuttavia, implacabilmente
orizzontale, iperilluminata in modo fluorescente, ed elevata al livello
dell'occhio tramite una griglia di colonne. Gli spettatori venivano intrappolati
tra le scatole di vetro, e si trasformavano in ispettori. La colonia di
robots sfilava su un nastro trasportatore lungo 300 piedi. Durante il
tragitto, i robots arrivavano a formare file e poi venivano eliminati
arbitrariamente, non diversamente da un ufficio di collocamento. L'unico
lavoro che i robots erano chiamati ad eseguire era posare di fronte alle
videocamere, identificarsi, e avvalersi di una visita medica accurata
(uno scanner di tipo usato negli aeroporti era posto alla base della rampa
inferiore). Il sistema di sorveglianza mostrava dettagli dei robots nei
momenti chiave (D + S 2004).
In
questo progetto la componente architettonica e spaziale è rappresentata
con forza, come i grandi plastici utilizzati nei set cinematografici,
e induce l'osservatore a calarsi all'interno di quel mondo che il duo
irriverente sta indagando. Nel loro lavoro l'ironia è un sistema
per riflettere e prendere coscienza di una condizione di sorveglianza
e controllo, sempre più capillare, a cui generalmente siamo tutti
sottoposti, in maniera più o meno consapevole. In questo ribaltamento
di ruoli e identità, D + S ci danno le chiavi per comprendere i
nuovi scenari sempre più complessi della società dell'informazione.
Paesaggio interattivo
La
prima Esposizione universale, tenutasi a Londra nel 1851, segna attraverso
la realizzazione del Crystal Palace, una profonda rivoluzione in architettura
sia nel campo strutturale che in quello percettivo. Architettura di solo
ferro e vetro, in un impianto classico, eseguita dal costruttore di serre
Joseph Paxton. Molte apparenti contraddizioni, da questa strada aperta
quasi un punto di non ritorno. Questa opera esprime la cultura della prima
era meccanica.
Dopo più di un secolo, Eero Saarinen e Charles Eames realizzano
un capolavoro alla Fiera mondiale di New York (1964-65): un teatro retto
da una foresta di alberi di acciaio corten, racchiuso da un ovoide. Un
teatro sospeso e racchiuso, un tema classico ed una soluzione innovativa.
Nel 2002 per l'Expo svizzera viene invitata la ditta D + S per la progettazione
del padiglione espositivo temporaneo Blur sul lago Neuchâtel a Yverdon-les-bains.
La
nostra sfida consisteva nella responsabilità di rivolgerci ad un
pubblico di massa. In precedenza, il nostro pubblico consisteva in cittadini
di metropoli istruiti, di alta cultura, di orientamento progressista.
La nostra opera si rivolgeva involontariamente a questa distinta sottocultura
di cui facevamo parte. Il Blur Building d'altro campo doveva funzionare
per ogni gruppo di età e strato socio-economico. Ci siamo riusciti
tradendo ogni aspettativa. La gente che visita le mostre mondiali si aspetta
di vedere un'esibizione del nazionalismo e del progresso tecnologico.
In ogni caso si aspettano di vedere qualcosa. Volutamente abbiamo scelto
di realizzare un edificio dalla visione ostacolata... un edificio in cui
non c'era niente da vedere e niente da fare. Era un edificio che non rappresentava
niente, ma era un niente spettacolare (D + S 2004).
A
Yverdon uniscono due utopie distinte, incongruenti come i tempi che da
anni investigano. La struttura d'acciaio infatti ricorda la sperimentazione
iniziata negli anni '40 -'50 da Buckminster Fuller sulle strutture che
abbracciano i vuoti all'interno.
Gli architetti realizzano una piattaforma basata sulla costruzione di
una ellisse, dalle dimensioni notevoli: 100 m x 60 m x 10 m, posto a 15
m dal livello del lago. Il padiglione è realizzato con una struttura
d'acciaio di tipo Tensegrety a cellule bipiramidali sostenute da 4 colonne.
Il tema io e l'universo, a cui i progettisti sono chiamati a dare risposta,
chiarisce l'intenzione progettuale: la forma anulare ricorda gli studi
rinascimentali che considerano l'universo come forma conclusa e circolare,
come nella tradizione dei circoli neo-platonici. La struttura si presenta
enigmatica, staccata dal suolo, che riecheggia nella mente il lavoro di
Kiesler, che incredibilmente costruisce strutture avvolgenti che si staccano
da terra. Anche a Yverdon D + S staccano la struttura dal filo d'acqua
come una palafitta ben saldata su quattro robusti piloni.
Che cosa c'è di innovativo allora in questo progetto che ha avuto
una incredibile fortuna?
La macchina, quando è spenta, si mostra silenziosa. Questo progetto
è stato l'ossessione dello studio americano per due anni. La scelta
era di far svanire la struttura-padiglione in una nuvola di vapore che
fosse visibile a distanza dal visitatore dell'Expò. Così
la grande struttura è governata da un computer che aziona 31.500
ugelli che prendono l'acqua dal lago e la vaporizzano a grande pressione.
D + S spingono ai limiti estremi la ricerca del digitale. La macchina
connessa si traduce così in un sistema intelligente ed inquietante
che prende vita dalla stessa sostanza su cui si poggia. L'acqua è
il nuovo elemento che il digitale investiga. Diverse le strade interpretative,
tutte rivolte alla percezione psicologica e sensoriale del visitatore.
Il virtuale e il digitale hanno introdotto una nuova dimensione che coinvolge,
modifica il sistema di attesa e sorprende. Opera d'arte interattiva che
rende pulsante la sostanza stabile del lago attraverso una indefinita
sfocatura che fa perdere i confini del reale.
In Blur ricercano un'interazione fisica ed emotiva con il visitatore.
"Interattività fisica vuole dire che l'architettura stessa
muta consentendo di esprimere il variare delle situazioni e dei desideri.
[...] L'architettura insomma può reagire, ma può anche inter-reagire
e cioè adattarsi al mutare dei desideri degli utenti attraverso
scenari percorribili come se fosse un ipertesto" (Saggio 2003).
L'esperienza si traduce da visiva a sensoriale quando il visitatore penetra
attraverso una doppia passerella in fibra di vetro, lunga 110 metri, nella
fluttuante piattaforma. La nube vaporizzata rende la percezione indistinta
e sfocata. La tecnologia non è mai un sistema neutro e l'acqua
bagna gli impermeabili intelligenti, dotati di sensori che si colorano
o suonano in base a particolari sollecitazioni. Per D + S il tempo atmosferico
si traduce in un tema globale, comprensibile universalmente. Nel rapporto
tra individualità e infinito introducono una dimensione di inqualificabile,
di non misurabile, lasciando al clima e ai venti la possibilità
di variare la massa, la consistenza, la natura stessa della loro invenzione.
A partire dagli anni Ottanta Toyo Ito e Jean Nouvel sono gli architetti
che aprono la strada all'architettura smaterializzata. Nel 1999 Ito teorizza
sulla Blurring Architecture in una mostra tenutasi a Aachen e successivamente
a Tokyo. Ito fa notare che: "Blur significa appannare, sfumare o
essere indefinito, impreciso. Perciò Blurring Architecture viene
a essere una "architettura dai limiti diffusi". Si riferisce
a un'architettura i cui limiti, oscillanti e sinuosi, sembrano quelli
degli oggetti che si trovano in uno stagno dalle acque mosse" (Ito
99).
Tale stato indistinto, poco chiaro, sfocato, ricorda la turbolenza che
si crea dalla mescolanza dei liquidi nella convergenza di due fiumi e
riporta alla memoria gli studi di Leonardo sui flussi d'acqua.
Eisenman nel 2003 pubblica il testo Blurred Zones. Investigation of the
interstizial dove affronta il tema del blurring. In una intervista con
Günther Uhlig l'architetto chiarisce la sua visione:
"Il blurring è il tentativo di negare il valore dell'origine,
la metafisica della presenza, la motivazione dei segni e il desiderio
di informazione" (Eisenman 2000).
Se la cultura degli anni '80 aveva introdotto l'abbattimento delle strutture
materiali e negli anni '90 gli algoritmi ci hanno mostrato nuove strutture
generative della forma, a Yverdon D + S spostano l'attenzione su una struttura
che scompare, perde di significato, rappresenta il non-definibile, chiarisce
un nuovo percorso, forse mai più percorribile tra forma e rappresentazione.
La macchina intelligente è la nuova sfida dell'era elettronica,
che mostra una nuova interpretazione, che allontana la visione chiara
(il termine "prospettiva", da perspectiva, significa "vedere
distintamente, con chiarezza") a favore di un non definito che ha
toccato in profondità l'anima dei visitatori come nelle intenzioni
dei progettisti. La tecnologia digitale, acquisiti definitivamente i saperi
di natura strutturale, apre lo sguardo verso l'indistinto, l'incommensurabile,
l'altro sguardo oltre la finestra, per suscitare emozioni.
Lo spazio del corpo moderno, rappresentato dalla metafora del macchinismo,
si trasforma nel corpo elettronico.
D + S intendono così mettere in discussione i principi che da sempre
hanno configurato la disciplina architettonica, che aveva lavorato sulla
definizione delle coppie dialettiche (dentro/fuori, chiuso/aperto). Blur
significa letteralmente fuori fuoco e chiarisce una dimensione di non
distinguibile. Perdono di senso concetti come vicino/lontano, interno/esterno.
Realizzano la loro opera più complessa mettendo in crisi quello
che in tutta la storia dell'uomo ne ha definito la sua capacità
di sopravvivenza: il senso della vista. Il visitatore, una volta entrato
nel Blur, vive un senso di disorientamento, dovuto ad un'alterazione percettiva,
non c'è niente da vedere, tranne la nostra dipendenza dalla stessa
visione.
Abbiamo
trasformato e applicato le nostre conoscenze teatrali, riorganizzando
la capacità di concentrazione e ridefinendo lo spettacolo. Il nostro
incarico era di realizzare uno spettacolo che non dipendesse da un arco
teatrale. Diversamente dallo spettacolo concepito per una platea raccolta,
abbiamo voluto fare uno spettacolo diffuso per un pubblico disperso che
estendesse la capacità di concentrazione attraverso un lieve senso
di disagio (D + S 2004).
Jacques
Derrida nel 1990 ha scritto Memorie di Cieco dove indaga il tema della
cecità nella storia della pittura. Decostruisce l'idea di una visione
chiara e distinta a favore di una memoria dell'immagine in cui il visibile
cela l'invisibile o il non ancora visto. Nella sua concezione l'immagine
non è più il punto di arrivo quanto la soglia oltre la quale
vedere, che al contempo mostra il suo punto cieco. Derrida chiarisce che
la visione non può più appagarsi della sola vista, ma necessita
di un trasferimento verso gli altri sensi. "L'udito va più
lontano della mano che va più lontano dell'occhio" (Derrida
2003).
L'indefinito e l'inspiegabile appartengono alla dimensione artistica e
letteraria ed attraversano nei secoli la storia. Honorè de Balzac,
ne Il capolavoro sconosciuto scritto nel 1832 ed ambientato nella Parigi
del 1600, si interroga sulla vera essenza dell'arte. Il giovanissimo Nicolas
Poussin si reca nello studio del pittore Francis Porbus. Il destino vuole
che qui incontri l'anziano pittore, dal carettere burbero, Frenhofer,
detentore del "segreto della pittura", che in totale isolamento
e segretezza da dieci anni lavora al suo capolavoro, la Belle Noiseuse.
L'artista in questo lavoro ricerca la bellezza assoluta. Per completare
la sua opera ha bisogno di una modella che incarni questo ideale.
Con grande difficoltà Poussen convince la sua Gilette a posare.
Vinte le resistenze di Frenhofer che non voleva mostrare la sua opera
completata, Porbus e Poussin scoprono che il capolavoro misterioso è
in realtà un'accumulazione di "colori ammucchiati confusamente
che colano in mille rivoli strani che formano un muro di pittura".
Da tale materia informe appare un piede di donna, perfettamente dipinto.
Balzac anticipa un punto centrale delle ricerche che investiranno il '900,
lo spostamento dell'arte verso il mondo informe e non descrivibile, che
sfugge, non più a fuoco.
Diller e Scofidio, da sempre interessati all'uso della tecnologia ad alta
definizione come medium, a Yverdon interpretano il sito come un foglio
e utilizzano l'acqua per mettere in crisi la visione, per produrre come
affermano gli stessi progettisti un'architettura anti-eroica, una tecnologia
dalla bassa definizione, indefinita come una nuvola, attraverso il sistema
più evoluto che la tecnologia mette a disposizione, per amplificare
l'atmosfera di incertezza dovuta alla nebbia.
L'offuscamento è anche un meccanismo di difesa dalla sorveglianza.
Qui la tecnologia è usata contro se stessa. La materia, lo spazio
e l'informazione entrano nella dimensione virtuale. Il formale si è
dissolto nel senziente. E' il paesaggio, che liquefacendosi, acquista
una vita autonoma ed inquietante, palpitando e pulsando.
Quando Papini nel 1931 scrive il libro GOG, in pieno clima futurista,
dedica un racconto alla nuova scultura, tra ironia, gioco, nuova coscienza.
"Venite, mi disse. Vedrete ciò che non vi sarà dato
vedere in nessuna galleria, in nessuna esposizione del mondo. Ho inaugurato,
dopo millenni, una scultura nuova, mai praticata da nessuno. [...] Vi
ho pur detto che ho imparato a creare il "mai visto". Sono anch'io
scultore! - ma non già al grossolano modo di tutti. L'antica scultura
massiccia e pesante, eredità degli Egiziani e degli Assiri, ha
ormai fatto il suo tempo. Corrispondeva a civiltà religiose, monarchiche,
lente, primitive. Oggi siamo scettici, anarchici, dinamici, cinematici.
[...] L'unica soluzione plastica possibile consiste nel passare dall'immobilità
all'effimerità".
Così lo scultore iniziò a lavorare con le sue mani la scultura
di fumo.
"Guardatelo! Fate presto! Imprigionatevi nella memoria la forma!
Fra pochi secondi la statua svanirà come una melodia che svanisce!
[...] - Il capolavoro è morto come muoiono tutti i capolavori!
Che importa! Posso rifarne quanti voglio! Ogni opera è unica e
deve bastare alla gioia d'un minuto unico. Che una statua duri dieci secoli
o dieci secondi che differenza c'è rispetto all'eterno, poiché
tanto quella di marmo che quella di fumo debbono alla fine sparire".
A Yverdon-les-bains D + S accendono la macchina sensibile, sprigionano
la nube di rugiada sul pubblico senziente, ricostruiscono un'immagine
sfumata del lago per millenni rimasta inalterata, e sul tema io e l'universo
scelgono una rapida emozione che si dissolve.
Antonello
Marotta
Antonello
Marotta, Diller + Scofidio. Il teatro della dissolvenza, IT Revolution
in Architettura, Edilstampa,
Roma 2005, prefazione di Antonino Saggio.
D
+ S 2004 - Le citazioni dei pensieri di Diller + Scofidio si riferiscono
ad un'ampia intervista realizzata dall'autore e rilasciata dagli architetti
per la realizzazione del libro. L'intervista è stata tradotta da
Barbara Pasqualetto
Bibliografia
relativa ai due capitoli
Lyon 97 - David Lyon, L'occhio elettronico. Privacy e filosofia della
sorveglianza, Feltrinelli, Milano 1997.
Saggio 2003 - Antonino Saggio, L'architettura informa, in Furio Barzon,
La carta di Zurigo. Eisenman De Kerckhove Saggio, Testo & Immagine,
Torino 2003.
Ito 99 - Toyo Ito, Blurring Architecture [1999], in Giovanni Longobardi,
Toyo Ito. Antologia di testi su L'architettura evanescente, Edizione Kappa,
Roma 2003.
Eisenman 2000 - Peter Eisenman a colloquio con Günter Uhlig, Il carattere
critico dell'architettura, in Domus n. 824, Marzo 2000.
Derrida 2003 - Jacques Derrida, Memorie di cieco. L'autoritratto e altre
rovine, Abscondita, Milano 2003.
Archphoto
ringrazia l'autore ed Edilstampa per aver concesso il diritto di utilizzo
gratuito
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