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La
città precaria
1 vulcano, 2 facoltà di architettura, 3 corsi universitari, 300
studenti tra Napoli e Milano percorrono, studiano, progettano la città
vesuviana.
A partire dal programma VesuVia promosso dalla Regione Campania studenti
delle facoltà di architettura del Politecnico di Milano e dell'Università
Federico II di Napoli stanno svolgendo una ricerca di descrizione e di
progettazione entro un nuovo scenario di convivenza con il rischio vulcanico.
Il
"piano di mitigazione del rischio Vesuvio" della Regione Campania
propone l'abbandono, indotto e incentivato, come strumento di riqualificazione
per l'area vesuviana: una campagna informativa invita i cittadini ad abbandonare
la zona, un bonus facilita l'acquisto di case altrove, alcuni progetti-pilota
sperimentano le opportunità offerte dalla dismissione. Di fronte
al rischio di eruzione del vulcano l'abbandono diventa opportunità
di riequilibrio territoriale per un luogo compromesso dalla crescita incoerente
e dall'abusivismo.
A partire da questa occasione una ricerca, condotta in gemellaggio tra
facoltà di architettura di Napoli e di Milano, lavora sui caratteri,
i meccanismi di trasformazione e le potenzialità dell'area in vista
di un progetto di riqualificazione.
L'ipotesi
di fondo della ricerca è che i comuni intorno al Vesuvio configurino
nell'insieme un'unica città vesuviana: una città con un
centro vuoto in ribollizione nella quale le circumvallazioni tengono dentro
il periurbano e fuori l'urbano e la ferrovia e l'autostrada hanno la vocazione
di infrastrutture metropolitane. Il carattere di questa città è
la precarietà. Precarietà del suolo, precarietà del
costruito, precarietà degli usi, precarietà delle popolazioni,
precarieià delle leggi sono le voci in base alle quali compilare
un atlante precario della città vesuviana. La precarietà
è un problema e una risorsa, un'attitudine che può tradursi
in una flessibilità di approccio alla descrizione e alla trasformazione,
una condizione all'interno della quale possono liberarsi spazi inediti
di invenzione.
Precarietà del suolo.
In un'area vulcanica la conformazione stessa del suolo non è definitiva:
una montagna può spuntare in una notte, come il Monte Nuovo nei
campi Flegrei, o un vulcano nascere da un altro vulcano, come il Vesuvio
sul Monte Somma. A questa modellazione naturale si aggiungono le modellazioni
continue determinate dai modi di abitare, le erosioni della spiaggia,
le perforazioni delle cave, le mutazioni di montagne di rifiuti in paesaggi
naturali. Il terreno si modifica continuamente per aggiunte e per sottrazioni
e la gente convive con i rilievi e le cavità di questo paesaggio
inventandone gli usi e acquisendone le modalità di costruzione.
Precarietà
del costruito.
Il costruito si moltiplica appoggiandosi alle infrastrutture e arrampicandosi
sulle pendici del Vesuvio e si modifica crescendo su se stesso, riadattandosi
a nuovi bisogni, assumendo forme precarie, subendo dismissioni. Lungo
i percorsi principali si snodano paesaggi in bilico tra specificità
e omologazione, ed emergono i conflitti tra permanenza e trasformazione
attraverso i quali si costruisce quotidianamente il territorio. Da una
parte i resti di ville vesuviane, gli scheletri di edifici in costruzione
e i cadaveri di edifici dismessi; dall'altra le case che crescono senza
fine, le palazzine che si trasformano in centri commerciali, le costruzioni
che cambiano ciclicamente destinazione. E dappertutto baracche, serre,
capannoni, tettoie e interi quartieri prefabbricati, che nascono come
provvisori e restano a segnare in modo indelebile il paesaggio.
Precarietà degli usi. I cicli dell'agricoltura e i modi delle attività
produttive e del turismo disegnano mappe mutevoli del paesaggio. Più
coltivazioni si alternano sullo stesso terreno e più usi nello
stesso edificio, attività occasionali e non occasionali nascono
secondo le logiche della necessità, del mercato, della criminalità
e dell'abuso. Economie durature e temporanee, emerse e sommerse accumulano
le proprie tracce: di fronte al contenitore commerciale un edificio analogo
in abbandono, sulle pendici del Vesuvio capannoni per attività
clandestine, lungo la strada provinciale sale da ricevimento per eventi,
su un belvedere una piccola disneyland per i gitanti, lungo le strade
insegne in italiano in arabo e in cinese
Precarietà delle popolazioni.
La popolazione è composita, come in qualsiasi realtà metropolitana,
fatta di abitanti, che tendono a diminuire - integrati dall'immigrazione
extracomunitaria -, e di utenti, che arrivano da queste parti per turismo
o per lavoro. Gli innesti dei nuovi residenti e i flussi delle presenze
giornaliere in un luogo già abitato da locali, da volontari del
suburbano e da deportati dell'emergenza, trasformano il modo di usare
il territorio e hanno effetti sull'architettura e sul paesaggio: il quartiere
cinese, i quartieri post-terremoto di edilizia economica e popolare, la
città delle serre, gli scavi archeologici, le sale per ristoranti
e gli alberghi a ore sono parchi a tema per popolazioni diverse della
città vesuviana.
Precarietà delle leggi. La contraddizione tra rigore delle leggi
e intensità di abusi indica l'esistenza di un problema nel governo
di questo territorio. Mentre se ne discute, l'aggiramento delle leggi
e l'indifferenza ai vincoli determinano uno "stile abusivo",
generico e allo stesso tempo legato a condizioni locali, che costruisce
quotidianamente il paesaggio.
In
questo quadro il piano VesuVia introduce un ulteriore elemento di precarietà
e un'ulteriore opportunità di trasformazione. Cosa vuol dire sollecitare
gli abitanti ad andarsene? Quali saranno la nuova configurazione e le
nuove popolazioni della città vesuviana?
Muoversi all'interno di questa prospettiva e immaginare nuovi scenari
che assumano la variabilità come prerogativa e il tempo come materiale
di progetto è l'esperimento che vogliamo condurre con questa ricerca.
Chi dice che la precarietà non possa essere la qualità della
nuova città vesuviana?
Storie
minime
L'indagine colleziona alcune storie. Storie che raccontano modalità
di esistenza e di insediamento in questi luoghi, abitudini di convivenza
con il vulcano, precarietà dell'abitare nelle sue diverse declinazioni,
ma anche tattiche di invenzione del quotidiano con le loro caratteristiche
di innovazione, di resistenza e di ribellione. Ognuna di queste storie
rappresenta un fenomeno più generale e più genericamente
presente da queste parti, e ognuna è allo stesso tempo una storia
singola e particolare, una delle tante che compongono questo paesaggio
sociale.
La storia di una scuola occupata dai terremotati e poi abbandonata, che
racconta un fenomeno diffuso di abbandono ed è uno dei tanti cadaveri
di edifici disseminati su questo territorio.
La storia delle tante case unifamiliari che si appropriano del parco e
nascono e crescono per addizione e per autocostruzione.
La storia di un centro tessile, che rappresenta la vicenda economica di
un paese che negli anni 80 era il più ricco d'Italia, fatta di
contraddizioni tra dimensioni di attività e reti di distribuzione,
di competizioni e di immigrazioni, di singole fortune e fallimenti privati.
La storia del castello di Cutolo ora sede del Parco del Vesuvio, che da
presidio di camorra è diventato presidio dello Stato.
La storia della strada dei cinesi, a partire dalla quale si possono seguire
le molte tracce di un fenomeno di immigrazione che sta trasformando l'economia
e l'aspetto di un paese.
La storia dei pellegrinaggi che attraversano Pompei trasformandola in
un parco a tema archeologico-religioso.
La storia di una casa che era una delle camerate di un campo di aviazione
e quella di un convento che ora è casa per quattordici famiglie,
che raccontano lo sforzo continuo di trasformare tutto in casa, la precarietà
e l'ostinazione dello stare su questo territorio.
La storia di un quartiere post terremoto, che ha lo stesso nome di una
villa romana, e che racconta una deportazione da un pericolo scampato
a un pericolo imminente e un innesto senza integrazione.
La storia di una strada per ricevimenti che rappresenta un fenomeno di
specializzazione dove le architetture sono macchine per eventi.
La storia di una città di serre dall'impianto fondato sulla ripetizione,
dove i dispositivi per il funzionamento decidono il disegno rigoroso del
paesaggio precario della coltivazione.
La storia di un parco-giochi che è diventato un caso, che rappresenta
la faccia grottesca dell'abusivismo e uno dei modi nei quali il temporaneo
mette radici e che nasconde dietro a uno scenario giocoso la complessità
e la durezza di questo territorio.
Se l'ipotesi di fondo è la precarietà della città
vesuviana e l'idea che l'intero territorio sia mosso da una moltitudine
di vicende individuali, è a partire da queste vicende che si prova
a raccontarlo, non tanto nella forma degli insediamenti o delle architetture,
quanto nelle modalità di costruzione e nei meccanismi di modificazione.
Se
la collezione di storie minime è, oltre che un esercizio dello
sguardo sulle microtrasformazioni, un'occasione di ascolto di singoli
abitanti di questo territorio e singoli artefici della sua modificazione
quotidiana, la costruzione di un forum delle associazioni è un
modo per ascoltare varie rappresentanze di interessi e per sollecitare
il confronto ad un livello intermedio tra quello degli abitanti e quello
delle amministrazioni.
Avviato un censimento delle associazioni della zona, attraverso interviste
ad alcuni loro rappresentanti si prova a tracciare da una parte un ritratto
per attività e per gruppi di interesse della città vesuviana,
dall'altra un quadro delle posizioni rispetto al rischio e rispetto al
programma di prevenzione. Piuttosto che singole astuzie dell'abitare,
si ritraggono in questo caso atteggiamenti condivisi e interpretazioni
consapevoli della precarietà di questo territorio in relazione
agli interessi, assolutamente parziali, di ciascun gruppo.
Lo stato del lavoro è ancora troppo poco avanzato per trarre conclusioni
sui contenuti, si può però registrare la disponibilità
all'iniziativa, e anzi la volontà degli intervistati di cercare
nuove occasioni di confronto e altre possibilità di intervento
per le associazioni nel dibattito in corso sulla città vesuviana.
Fabrizia
Ippolito+Peppe
Maisto
"La
città precaria", progetto di ricerca di Fabrizia Ippolito,
Giovanni La Varra
e Peppe Maisto.
Gruppo di ricerca: Andrea Airoldi, Samuele Baganella, Emanuele Garda,
Franco
Lancio, Roberto Murgia, Guido Musante, Filippo Poli, Federico Zanfi.
©copyright
archphoto-Fabrizia Ippolito_Peppe Maisto
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