Vincenzo
Latina
IL GIARDINO DI ARTEMIDE
A ORTIGIA|SIRACUSA
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La realizzazione del giardino di Artemide è solo la prima fase di un intervento globale, che riguarda anche l'assetto dell'area "libera" su via Minerva tramite la realizzazione di un padiglione di accesso agli scavi del Tempio Ionico. Tali reperti, di inestimabile interesse archeologico, sono situati all'interno dei sotterranei di alcuni uffici comunali e sino ad oggi sono poco accessibili. Secondo un processo di vivificazione della memoria storica e dell'immaginario mitologico, si è inteso mirare al recupero sia delle potenzialità di un'area fortemente stratificata sia di alcuni significati originari dei luoghi, rispondendo alle suggestioni ispirate dalla forte connotazione mitologica del sito. A rendere particolarmente affascinante l'area era proprio il suo decennale abbandono, causa del gran germoglio di essenze spontanee, che suggeriva di realizzare un intimo intreccio fra l'artificio dell'intervento e la spontanea forza della natura e delle essenze vegetali presenti. Tale spazio è stato così immaginato come una "offerta" ad Artemide che, nell'immaginario mitologico, è rappresentata come dea vergine della fertilità, protettrice delle belve feroci, dei boschi, e delle ninfe. Nel giardino è stata realizzata anche una piccola fontana che volutamente non assume nessun valore ornamentale: realizzata da un monolito (la macina di un mulino), recuperato nell'area, evoca attraverso il gorgoglio dell'acqua la natura primigenia dell'isola d'Ortigia, le cui rigogliose fonti di acqua dolce hanno garantito nei millenni gli insediamenti umani, alimentando la leggenda di Alfeo e Aretusa. Il progetto ha cercato di ricomporre i vari aspetti frammentari presenti nel sito mantenendo, quali elementi caratterizzanti, la folta vegetazione primaverile ed estiva, che rende il luogo ombreggiato, nascosto e fresco, gli elementi emersi dagli scavi archeologici, la differenza dei rilevati dell'area e la scoperta di una cisterna greca rinvenuta durante i lavori. Le opere realizzate sono state immaginate proprio come "dispositivi" preposti ad accogliere la flora naturale del sito. Infatti, dopo pochi mesi dalla fine dei lavori, le essenze spontanee hanno conquistato nuovamente il loro spazio naturale mediante un' "invasione" spontanea e ciclica del giardino. Si tratta di una vegetazione rigogliosa di numerose essenze spontanee, tra cui prevale l'Ailanthus Altissima, denominata anche albero del cielo o del paradiso. L' Albero, originario dalla Cina, particolarmente invasivo e infestante, frequente in tutti i terreni incolti, lungo i torrenti, in terreni ingrati e nelle boscaglie, è caratterizzato da steli filiformi come giunchi che raggiungono altezze considerevoli. Gli interventi realizzati sono in prevalenza reversibili, a basso impatto e compatibili con le caratteristiche archeologiche del sito. Infatti, i vari dislivelli presenti nell'area, resti di passate campagne di scavo in procinto di franare, sono stati contenuti da lastre di acciaio ossidato, montate a "secco", che demarcano i dislivelli del giardino e sono disposte come una sequenza regolare di pannelli separati, caratterizzati dai reticolati a maglie di acciaio. Con il loro colore rosso scuro marcano il dislivello del terrapieno, immaginato come una specie di fondazione a vista, conferendogli una particolare astrattezza, e generano delle fenditure a "vista" che misurano con cadenza lo spazio. Il
cretto di acciaio che dà forma al recinto opera direttamente con
la natura e sulla natura, evidenziandone la centralità: accoglie
al suo interno le essenze vegetali indigene che repentinamente sbucano,
per poi sparire ciclicamente in un gioco di ombre provocato dalle folte
fronde di alcuni arbusti. Quando, in inverno, il giardino si presenta
scarno e asciutto, e le poche piante superstiti non solo altro che spogli
ed esili steli, proiettati verso la plumbea luce invernale, questo recinto
perimetrale marca, attraverso le sue fenditure a vista, il dramma dell'assenza.
©copyright archphoto-Vincenzo Latina
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