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Centro commerciale Ikea, nuova costruzione, La Bufalotta,Roma.
Fotografia di Alessandro Lanzetta
Lo
spazio e il territorio
Mentre
nel moderno era la politica a fondare lo spazio destinato non a unificare
ma a dividere il genere umano (Galli 2001), oggi é il mercato,
con i suoi circuiti finanziari internazionali, con l'atopia delle sue
strutture commerciali, con le sue reti di comunicazione globali, ad abbattere
le mura della città e a determinare lo spazio metropolitano fino
ad estenderlo oltre ogni limite e differenza. La stessa guerra muta radicalmente:
l'obiettivo non é più "la conquista di un territorio,
ma l'abbattimento di tutti i muri che ostacolano il flusso di nuovi poteri
globali fluidi" (Baumann 2002, p.XIX). Sono proprio questa unicità
senza più differenze e questa infinità senza più
confini dello spazio mondiale che l'universalismo del mercato ambisce
a raggiungere per favorire una mobilità assoluta delle merci e
delle finanze a porre il rapporto tra territorio e spazio come uno dei
problemi centrali della contemporaneità. Perchè se é
stato il sistema di mercato a creare la società metropolitana e
il suo spazio regolato intorno a flussi incessanti di informazione, di
capitali, di tecnologie, di élite manageriali, é ora l'agire
consumistico a porsi come principio organizzatore delle relazioni tra
individui e tra individui e merci e a disegnare il territorio in un modo
nuovo e del tutto inedito. E' sulla cultura del consumo e i suoi valori,
che non definiscono tanto i meccanismi di funzionamento di una società
nuova quanto dissolvono quelli della società tradizionale, più
che sulla nuda logica dei flussi e delle reti di mercato che si dividono
le moltitudini del mondo; ed é sempre sul consumo, sui suoi oggetti
e sulle sue pratiche, che si scatena il conflitto sulle strade metropolitane.
Mercato e consumo, società in rete e particolarismi locali, sembrano
essere universi paralleli che si muovono dentro due forme di spazialità
differenti ambedue presenti nella città contemporanea e che pretendono
comportamenti, linguaggi, esistenze diversi e, in molti casi, contrapposti:
la prima, più legata a esigenze di circolazione delinea una spazialità
neutra e ininterrotta che dovrebbe funzionare come elemento di mediazione
tra regole metafisiche del mercato e comportamenti del consumatore; la
seconda, quella del consumo, più vincolata a richieste e necessità
che riguardano individui concreti che si incontrano si identifica con
un territorio determinato
Può accadere che "il sistema delle reti attraversa e infrange
quello del territorio, lo indebolisce e gli fa perdere proprio quella
coesione e quelle particolarità che sono alla base della sua natura
essenzialmente politica." E' un modo per consacrare la rivincita
del legame debole sul legame forte. (Badie 1995, p.124).
2.1.
La deterritorializzazione sempre più estesa a cui stiamo assistendo
è favorita, oltre che dall'espansione planetaria del sistema di
mercato come sistema unico, dal collasso della rappresentanza e dei partiti
che la organizzavano e dalla crisi dello Stato e della sua sovranità:
se legale é tutto ciò che avviene in conformità della
legge che governa un determinato territorio, allora affinchè la
sovranità possa dispiegarsi deve essere localizzata, deve esistere
in quanto estensione territoriale delimitata da soggetti che ne prendono
possesso, che vi si stabiliscono, che la occupano e ne tracciano i confini.
Il territorio si é sempre presentato come un sistema integrato
di luoghi modellato dal gioco delle forze poliche, legittimato dalla legge,
perimetrato dallo Stato.
L'instabilità degli assetti istituzionali e il livello sempre più
critico raggiunto dall'agire politico che perde progressivamente la capacità
di produrre modelli di azione, classi dirigenti, abilità nella
mediazione, scelte di vita dipende anche dal fatto che lo spazio metropolitano
non ha e non prevede confini. La stessa comunità politica si viene
mano mano disgregando per l'irrompere di forme di individualità
che si affermano al di fuori di quei contesti sociali consolidati dalla
modernità (fabbrica, scuola, chiesa, famiglia) che ricomponevano
le diverse individualità dentro valori universali e interessi generali.
Queste, in sintesi, dovrebbero essere le conseguenze più immediate
dell'espansione del mercato, e in alcuni casi proprio queste conseguenze
si riscontrano. Tuttavia ciò che realmente regna é il massimo
dell'incertezza.
Accanto a forme 'imperiali' di spazialità si riaffermano, infatti,
principi territoriali definiti non solo, come vedremo, dalle culture anticomunitarie
del consumo ma anche da comunità religiose, linguistiche o etniche
che con logiche discriminanti in termini di comportamenti, credenze e
culture vogliono farsi Stato e trasformare lo spazio anonimo del mercato
in territorialità che racchiudono identità coese, appartenenze
forti, con confini determinati, dove sud e nord, est e ovest non si confondano
mai. Territorialità che emergono dalla dismisura dello spazio metropolitano
mondiale proprio perchè hanno la capacità di separare ed
escludere, contengono ordinamenti e localizzazioni, e perchè svolgono
un ruolo sempre più importante sullo scenario mondiale. Territorialità
che prendono sempre e comunque forma dal conflitto che si scatena sul
consumo: in questi casi sul rifiuto della sua cultura priva di anima,
senza radici, superficiale, libera da identità forti. La costruzione
sociale di questi territori é la conseguenza di conflitti violenti,
determinati, diversificati, e, nel caso delle comunità, di una
decisione politica che ha in sè la possibilità di dare misura,
forma e ordine e dunque legittimità al territorio che rappresenta.
Raffigurano, in questo caso, sistemi spietati di differenzazione identitaria
del tutto dipendenti dallo Stato o da altre forme istituzionali fondate
su divisioni etniche o su fondametalismi religiosi e si comportano in
maniera altrettanto spietata nell'estensione del loro potere.
2.2.
Di fronte a tutto questo é possibile pensare a forme territoriali
che non si identifichino immediatamente con comunità tradizionali
o identità locali e che non sfocino quasi naturalmente in forme
statuali o istituzionali? In altre parole, allo spazio universale del
mercato e del terrorismo internazionale può rispondere solo il
territorio come configurazione di uno Stato? O ci sono altri modi di attraversare
lo spazio, altre forme di riterritorializzazione che non si coagulino
in strutture rigide, gerarchiche, oppressive, che non si identifichino
immediatamente in un Soggetto determinato, e che non rischino di far ricadere
il pensiero critico nel baratro dei 'luoghi', dell'identità, della
cittadinanza (questa volta definita 'globale'), del culto delle origini
e delle appartenenze? Non si potrebbe pensare, ad esempio, a forme di
territorializzazione più legate ad ambiti dell'esistenza, quindi
più mobili, più conflittuali, più libere che prevedano
la non partecipazione, la non integrazione, la non cittadinanza degli
individui? E soprattutto, perchè é decisivo oggi tornare
a parlare di 'territorio'?
Propongo innanzitutto di riflettere su due forme di vita che appartengono,
più di ogni altra, ai comportamenti della moltitudine contemporanea:
quella della libertà e quella del consumo. Poi cercheremo di osservaro
più da vicino questo passaggio da una società di mercato
a una società del consumo.
Massimo
Ilardi
Archphoto
ringrazia l'autore e DeriveApprodi per aver concesso il diritto di utilizzo
del testo
Massimo
Ilardi|Nei territori del consumo totale.Il disobbediente e l'architetto
DeriveApprodi
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archphoto - Massimo Ilardi
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