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Nel 212 d.c. Caracalla promulgava la celebre "constitutio antoniana
de civitate", un editto con il quale l'imperatore concedeva ai sudditi
delle province la cittadinanza romana. Si realizzava così il suo
sogno unitario che si ispirava ad Alessandro Magno. Da Caracalla in poi,
l'universalismo sarà per Roma la sua dannazione politica e la sua
fortuna economica. Nessun politico -papa, principe o sindaco- che governerà
la città potrà sfuggire a questo destino; nessun turista
gaudente o pellegrino devoto potrà evitare prima o poi di venire
a Roma, per la gioia dei suoi bottegai, a farsi triturare la propria identità
nell'ingranaggio della sua grande storia.
Walter Veltroni non solo è nel solco di questa tradizione ma ha
portato l'universalismo a un vero e proprio sistema di governo. Strumento
assoluto di integrazione di tutta la società nelle istituzioni
e che assegna: alla cultura il compito di creare sistemi simbolici di
mediazione che demonizzino il conflitto e cancellino le differenze; al
mercato, che a Roma vuol dire finanza del mattone e del commercio, il
controllo dell'espansione territoriale (una città legale ma spontanea
sta ridisegnando la campagna romana oltre il GRA, legale perché
è in regola con le leggi, spontanea perché le leggi sono
in regola con il mercato); alla Chiesa, la produzione di modelli essenziali
per l'esercizio dell'autorità; e, infine, alla politica, che rispetto
alla cultura, al mercato e alla Chiesa non ha nulla di universale, la
gestione del vuoto, non quello urbanistico ma quello ben più terribile
e assordante della normalità che ordina e che si costituisce come
forma di vita, normalità delle regole che, tra l'altro, non avrebbero
bisogno della politica per essere legittimate ma semplicemente del fatto
che siano rispettate ed esercitate senza discussione.
Veltroni -ha detto Marco Revelli su 'Il Manifesto'- "è la
politica che si posiziona sui flussi e si contrappone ai luoghi".
E' assolutamente vero: i luoghi si costituiscono nel conflitto, nella
pratica di una libertà che non vuole impedimenti, nell'agire politico
che sa distinguere chi è amico e chi è nemico. Quanto di
più lontano dalla visione ecumenica del sindaco romano! Ma anche,
quanto di più lontano dallo spazio universale dello scambio economico
che è pura forma, ideale, astratta, indifferente ad ogni determinazione
di luogo, spazio liscio dei flussi dove tutto scorre e si ibrida per costruire
interiorità disincarnate, neutre, razionali. La costituzione dell'interiorità
nasce come fatto sociale e non solo come vicenda individuale: nasce dall'economia
di mercato perché è all'Io e alla sua interiorità
che deve far riferimento, alla sua immedesimazione con la merce controllata
dalla regole e dalla logica del sistema sociale, alla sua capacità
di interiorizzare le rappresentazioni sociali del Sé.
E' il declino dell'uomo pubblico, è il trionfo della personalità
narcisistica e dell'individuo neoromantico che trasforma tutte le opposizioni
e le distinzioni in contrasti estetici e la cui immaginazione ed emotività
non conoscono limiti. Costruire l'individuo sociale attraverso la sua
interiorità e dentro una società indifferenziata, dentro
indistinte relazioni sociali fondate sulla comunicazione, sull'immagine
e sull'etica della cittadinanza. Questo è l'obiettivo primario
di un sistema di mercato: la dislocazione dello spazio pubblico negli
spazi del privato per creare le condizioni di potere e di governo di un
territorio. E questo sembra essere anche l'obiettivo di Walter Veltroni.
La politica di Veltroni ha in Roma -ha scritto Alberto Abruzzese su questo
giornale- non solo "la sua messa in scena ma anche il suo retroscena
in termini di strategia di potere [
] per guadagnare consenso sul
piano delle idee e dei valori che servono alla sua crescita reale ma prima
di tutto simbolica, immaginaria."
La trasformazione di Roma nella città dell'evento e dello spettacolo,
l'adunata di folle con gli accendini accesi e le manine al vento, Padre
Pio e Claudio Baglioni, le maratone che in ogni occasione attraversano
la città, l'estate romana e insieme gli interventi umanitari in
Africa, la santificazione del volontariato, la diffusione delle istituzioni
culturali nelle periferie, la lotta contro la fame nel mondo, al di là
del 'politicamente corretto', servono proprio a questo: a fare immagine
e attraverso l'immagine a 'fare società' e nello stesso tempo a
ridurla a fatto privato, alla pura produzione del Sé. Servono appunto
alla costruzione dell'homo veltronianus.
La prudenza, lo spirito di pace, l'ansia del futuro dell'homo oeconomicus,
descritto da Locke e da Smith, il suo carattere intrinsecamente relazionale
e societario che trasforma il nemico in rivale e il sacrificio presente
in una continua ricerca di maggiori acquisizioni future, che associa il
vantaggio economico all'esistenza di un legame sociale che prevede il
controllo dei conflitti e delle passioni è figura perfettamente
corrispondente non solo alla logica del mercato e dello scambio ma anche
all'etica dell'homo veltronianus che, infatti, proprio così intende
la politica: "il calore di una missione condivisa", "dare
un senso al presente pensando al futuro", "pensare se stessi
in relazione agli altri", "unire i propri passi a quelli altrui".
Ma c'è qualcosa di più devastante e riguarda il suo pensiero
sulla sinistra. 'Essere di sinistra', dice, è uno stato d'animo:
"sono di sinistra se, di fronte alla solitudine di un'anziana malata
mi accorgo che anche la mia vita perde qualcosa; sono di sinistra se le
rinuncie di una famiglia di quattro persone rendono la mia più
povera; sono di sinistra se vedo un bambino che muore di fame, e in qual
momento è mio figlio, mio fratello piccolo." Ma allora di
sinistra sono anche Madre Teresa di Calcutta, Padre Pio, il cardinale
Poletti e tutta la gerarchia vaticana! Ma 'essere di sinistra' non vuol
dire, ad esempio, avere una visione laica della società? Permettere
i matrimoni gay, legalizzare le droghe leggere, concedere il massimo della
libertà alla ricerca scientifica? Ma afferma ancora Veltroni: "Bisogna
ridare bellezza e, insieme, eticità alla politica."
Allora accostarsi a Martin Luther King, John Kennedy, Nelson Mandela,
Enrico Berlinguer, Hannah Arendt fino ad Alcide De Gasperi e Benigno Zaccagnini
(ne cito solo alcuni) può essere utile per tornare a sognare l'impossibile.
Qui asteniamoci da ogni commento perchè sarebbe superfluo o sarebbe
come sparare sulla Croce Rossa.
A questo punto però, di fronte a un pensiero che vuole andare bene
per tutti, chi può essere così incivile e brutale da affermare
di non voler fare politica, di non essere di sinistra e di rifiutare un
simile Pantheon? Una indistinta società, che Veltroni chiama giustamente
popolo perché semplice riverbero del suo sistema di governo, non
può che acclamarlo come il nuovo Caracalla.
Ma Caracalla non potè estendere la cittadinanza a tutti i sudditi
dell'impero: i dediticii, gli elementi inferiori delle masse contadine,
furono esclusi. E l'esclusione, come si sa, genera conflitti. Chi sono
allora i dediticii, gli elementi esclusi dell'epoca veltroniana?
Veltroni ha imparato molto bene un passaggio fondamentale della politica
democristiana o, meglio, della sua arte di governo: aprire in basso per
chiudere in alto. Massimo della partecipazione per instaurare il massimo
di controllo sull'accesso al potere. Una strategia che ha funzionato bene
per la Dc durante i suoi cinquant'anni di potere. Ma al tempo della DC
i sistemi simbolici di mediazione forniti dai partiti funzionavano a pieno
regime.
Oggi tra politica e potere si incunea prepotentemente la categoria 'territorio'
dove si dispiega la catena del valore dei grandi processi economici e
sociali: mobilità, flessibilità, consumo, esodi di massa,
trasformazioni antropologiche degli individui divenuti conflittuali, intolleranti
a ogni mediazione, pronti a materializzare direttamente sul suolo desideri
e utopie.
Oggi, nonostante tutti gli sforzi di Veltroni di distribuire lobby e potentati
privati sul territorio, il controllo dello stesso rimane il problema fondamentale
della metropoli contemporanea.
Ha scritto J.G.Ballard che la prossima rivoluzione scoppierà sui
parcheggi e sul traffico. Prendiamola qui come una metafora per indicare
che è proprio sulle questioni locali e che riteniamo inferiori
che si giocherà la partita sul governo della metropoli. Veltroni
dunque stia attento: il sogno universale di Caracalla fu deposto per mano
di un oscuro prefetto al pretorio di nome Opellio Macrino che non aveva
nulla di universale ma conosceva bene gli umori e i desideri della truppa.
Massimo
Ilardi
Il testo è stato scritto per il quotidiano
Liberazione
©copyright
archphoto - Massimo Ilardi
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