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1.Lo
spazio, lo spazio fisico che calpestiamo e attraversiamo, sembra per molti
interpreti del mondo contemporaneo diventato "liscio". Un supporto
piano e orizzontale, sul quale si muovono indisturbate le correnti calde
che globalizzano l'economia e l'informazione; dove si dispongono liberamente
le reti lunghe della comunicazione; dove scorrono -sempre più dominanti-
intensi flussi di merci, uomini e idee.
Per molti studiosi, a cominciare dallo spagnolo-americano Manuel Castells,
autore di un poderoso saggio sulla pervasività della Rete, il mondo
contemporaneo può essere letto e capito soprattutto da questa angolatura.
Che è la stessa di chi -come la sociologa olandese Saskia Sassen-
riconosce ormai a poche "città globali" la forza di orientare
i flussi di un pianeta quasi totalmente interconnesso. O di chi - come
il sociologo polacco Zygmunt Bauman- legge nella fluidità delle
relazioni transnazionali e nella debolezza delle istutizioni "verticali"
(cioè radicate in un luogo, nella storia di una comunità),
l'emergere inarrestabile di una modernità "liquida".
Eppure, nonostante queste convincenti spiegazioni, se ci guardiamo attorno,
se leggiamo i giornali o usciamo per strada, il mondo contemporaneo sembra
mostrarci tutt'altra fisionomia. Lo spazio che ci circonda, non solo lo
spazio geopolitico, ma anche quello della vita quotidiana, sembra a dire
il vero sempre più increspato e rugoso. Tagliato e interrotto da
muri, recinti, soglie, ostacoli, bordi normati, frontiere virtuali, aree
specializzate, zone protette. Muoversi, spostare il proprio corpo da una
strada all'altra, o da un aeroporto all'altro o, significa oggi sfidare
un numero crescente di sistemi di controllo e di confini.
Invece che liscio, lo spazio -almeno in questa parte del mondo- sembra
diventato un denso agglomerato di sottosistemi che corrugano il territorio,
rivendicando la loro identità (a dominanza sociale, culturale,
etnica, religiosa). Invece che un fluire libero, i nostri movimenti assumono
sempre più la forma di sussulti e soste, di una sequenza di "stop
and go", di un balletto di password e documenti di identificazione.
E per quanto la proliferazione di confini possa essere interpretata come
una reazione al movimento fluido dei corpi e delle immagini, come una
risposta al moltiplicarsi delle possibilità di relazione, come
una difesa di antiche identità, viene da chiedersi se non sia proprio
questa l'angolatura migliore per guardare il mondo contemporaneo. Come
se fossero i confini, e non i flussi, la sua vera cifra.
2.Ma
i confini non sono solo muri; non sono solo linee.
Lungo le coste del Mediterraeneo ci sono confini che funzionano come imbuti:
rivolti verso il mare convogliano, ordinano e canalizzano verso la costa
flussi disordinati di persone, di merci, di memorie. Altrove vi sono confini
che invece sembrano tubi; cilindrici e impenetrabili come le strade sopraelevate
che collegano -correndo sopra ai villaggi palestinesi- gli insediamenti
dei coloni israeliani nei "territori occupati" della West Bank.
Ma anche confini che nascono attorno a spazi abbandonati - come le "no
man's land" del film di Danis Tanovic, o la striscia deserta che
separa i due lembi del muro che taglia Nicosia- dove lo spazio è
una sacca, una piega tra due territori protetti. E, all'opposto, ci sono
confini che sembrano spugne, che inaspettatamente assorbono lungo i loro
lati sia popolazioni in attesa di un passaggio, sia insediamenti stabili
di pendolari; viandanti parassitari che -come accade tra i Paesi del Benelux
o lungo le frontiere con i Paesi dell'est europeo- incessantemente li
valicano per ricavarne vantaggi (fiscali, ludici, commerciali). E spesso
queste bizzarre città lineari, dove il confine si allarga e si
"ingravida" non sono altro che una memoria di antichi confini
statali militarizzati, che continuano a lavorare anche dopo aver perso
dignità di Muri; proprio come accade per un arto fantasma che il
cervello si ostina a percepire sebbene non esista più. Ma soprattutto,
sopra ogni cosa, ci sono confini che delimitano recinti: recinti di cemento
o di filo spinato, come quelli dei villaggi profughi; recinti immateriali
e controllati da telecamere e fotocellule come quelli che governano i
sottosistemi delle reti bancarie; recinti stabili, antichi e recinti mobili,
imprevedibili come le zone di controllo militare che i gruppi guerriglieri
spostano quotidianamente in Colombia.
Insomma: se una volta per tutte la smettessimo di credere che i confini
oggi più controversi e conflittuali abbiano tutti e solo la natura
di lunghi Muri interrotti da Torri di controllo e check point. Se cominciassimo
a osservare con attenzione la variegata moltitudine di confini che spezzetta
e circonda la nostra vita quotidiana, la moltitudine di confini che frammenta
e scheggia intere parti del nostro pianeta, potremmo forse capire che
i confini - ci piaccia o no- sono anche dei sensori delle dinamiche del
mondo contemporaneo. "Dispositivi" dinamici e tridimensionali,
pulsano delle energie e degli attriti che accompagnano -nel bene, oltre
che nel male- la storia presente.
Stefano Boeri
La
ricerca "Border-device(s)", curata da Multiplicity
e promossa da Domus Academy con la collaborazione del Belage Institute
di Rotterdam è visibile nel sito www.borderdevices.org
Una parte dei risultati della ricerca verranno presentati in giugno alla
Biennale d'Arte di Venezi e -in contemporanea presso il Future Center
di Progetto Italia, a San Salvador.
©copyright
archphoto 2003- Multiplicity
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