Stefano Boeri
BORDER DEVICE(S)


 


1.Lo spazio, lo spazio fisico che calpestiamo e attraversiamo, sembra per molti interpreti del mondo contemporaneo diventato "liscio". Un supporto piano e orizzontale, sul quale si muovono indisturbate le correnti calde che globalizzano l'economia e l'informazione; dove si dispongono liberamente le reti lunghe della comunicazione; dove scorrono -sempre più dominanti- intensi flussi di merci, uomini e idee.
Per molti studiosi, a cominciare dallo spagnolo-americano Manuel Castells, autore di un poderoso saggio sulla pervasività della Rete, il mondo contemporaneo può essere letto e capito soprattutto da questa angolatura. Che è la stessa di chi -come la sociologa olandese Saskia Sassen- riconosce ormai a poche "città globali" la forza di orientare i flussi di un pianeta quasi totalmente interconnesso. O di chi - come il sociologo polacco Zygmunt Bauman- legge nella fluidità delle relazioni transnazionali e nella debolezza delle istutizioni "verticali" (cioè radicate in un luogo, nella storia di una comunità), l'emergere inarrestabile di una modernità "liquida". Eppure, nonostante queste convincenti spiegazioni, se ci guardiamo attorno, se leggiamo i giornali o usciamo per strada, il mondo contemporaneo sembra mostrarci tutt'altra fisionomia. Lo spazio che ci circonda, non solo lo spazio geopolitico, ma anche quello della vita quotidiana, sembra a dire il vero sempre più increspato e rugoso. Tagliato e interrotto da muri, recinti, soglie, ostacoli, bordi normati, frontiere virtuali, aree specializzate, zone protette. Muoversi, spostare il proprio corpo da una strada all'altra, o da un aeroporto all'altro o, significa oggi sfidare un numero crescente di sistemi di controllo e di confini.
Invece che liscio, lo spazio -almeno in questa parte del mondo- sembra diventato un denso agglomerato di sottosistemi che corrugano il territorio, rivendicando la loro identità (a dominanza sociale, culturale, etnica, religiosa). Invece che un fluire libero, i nostri movimenti assumono sempre più la forma di sussulti e soste, di una sequenza di "stop and go", di un balletto di password e documenti di identificazione. E per quanto la proliferazione di confini possa essere interpretata come una reazione al movimento fluido dei corpi e delle immagini, come una risposta al moltiplicarsi delle possibilità di relazione, come una difesa di antiche identità, viene da chiedersi se non sia proprio questa l'angolatura migliore per guardare il mondo contemporaneo. Come se fossero i confini, e non i flussi, la sua vera cifra.

2.Ma i confini non sono solo muri; non sono solo linee.
Lungo le coste del Mediterraeneo ci sono confini che funzionano come imbuti: rivolti verso il mare convogliano, ordinano e canalizzano verso la costa flussi disordinati di persone, di merci, di memorie. Altrove vi sono confini che invece sembrano tubi; cilindrici e impenetrabili come le strade sopraelevate che collegano -correndo sopra ai villaggi palestinesi- gli insediamenti dei coloni israeliani nei "territori occupati" della West Bank. Ma anche confini che nascono attorno a spazi abbandonati - come le "no man's land" del film di Danis Tanovic, o la striscia deserta che separa i due lembi del muro che taglia Nicosia- dove lo spazio è una sacca, una piega tra due territori protetti. E, all'opposto, ci sono confini che sembrano spugne, che inaspettatamente assorbono lungo i loro lati sia popolazioni in attesa di un passaggio, sia insediamenti stabili di pendolari; viandanti parassitari che -come accade tra i Paesi del Benelux o lungo le frontiere con i Paesi dell'est europeo- incessantemente li valicano per ricavarne vantaggi (fiscali, ludici, commerciali). E spesso queste bizzarre città lineari, dove il confine si allarga e si "ingravida" non sono altro che una memoria di antichi confini statali militarizzati, che continuano a lavorare anche dopo aver perso dignità di Muri; proprio come accade per un arto fantasma che il cervello si ostina a percepire sebbene non esista più. Ma soprattutto, sopra ogni cosa, ci sono confini che delimitano recinti: recinti di cemento o di filo spinato, come quelli dei villaggi profughi; recinti immateriali e controllati da telecamere e fotocellule come quelli che governano i sottosistemi delle reti bancarie; recinti stabili, antichi e recinti mobili, imprevedibili come le zone di controllo militare che i gruppi guerriglieri spostano quotidianamente in Colombia.
Insomma: se una volta per tutte la smettessimo di credere che i confini oggi più controversi e conflittuali abbiano tutti e solo la natura di lunghi Muri interrotti da Torri di controllo e check point. Se cominciassimo a osservare con attenzione la variegata moltitudine di confini che spezzetta e circonda la nostra vita quotidiana, la moltitudine di confini che frammenta e scheggia intere parti del nostro pianeta, potremmo forse capire che i confini - ci piaccia o no- sono anche dei sensori delle dinamiche del mondo contemporaneo. "Dispositivi" dinamici e tridimensionali, pulsano delle energie e degli attriti che accompagnano -nel bene, oltre che nel male- la storia presente.
Stefano Boeri

 

La ricerca "Border-device(s)", curata da Multiplicity e promossa da Domus Academy con la collaborazione del Belage Institute di Rotterdam è visibile nel sito www.borderdevices.org Una parte dei risultati della ricerca verranno presentati in giugno alla Biennale d'Arte di Venezi e -in contemporanea presso il Future Center di Progetto Italia, a San Salvador.



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