Alessandro Bianchi
IL MEDITERRANEO ARABO NELLA SPAGNA CONTEMPORANEA
![]() |
| Partiamo
dal luogo delle meraviglie: la Sala del Trono all'interno dell'Alhambra
di Granada. L'ottica araba qui ha la sua applicazione più piena:
fuori il sole, dentro una luce a macchie - che ricorda le pergole di Silvestro
Lega - bagna con il filtro di gocce di aurorale rugiada delle pareti che
sembrano i broccati degli abiti del Bronzino. Che bellezza! Che passione!
Che immensità.
Lì
dentro c'è il mondo in una sintesi perfetta, c'è una grazia
che ti fa scordare che possa esistere qualcos'altro, senz'altro più
brutto. E il brutto, di cui oggi siamo avvolti da mane a sera, e anche
nottetempo, travestito di cosmetica bellezza pubblicitaria, lì
dentro non c'è più, neanche dentro di noi, sparisce dalla
memoria: moralmente non ha più nessun diritto su di noi. In questo
luogo di tenerezze gli occhi si possono spostare con profitto di pochi
centimetri, e ancora di pochi, e ruotare a destra, a sinistra trovando
sempre sollievo, sempre indicibile morale bellezza.
Gli Spagnoli di oggi, quelli di un Paese produttivo ed energico, non hanno
dimenticato questa lezione di architettura, e sembra che la vivano con
una serenità che spesso manca a noi Italiani: non hanno un complesso
riverenziale per i beni ambientali, sanno essere moderni e spregiudicati
con una leggerezza che ricorda le trame delle finestre/diaframmi delle
architetture moresche. La città andalusa è familiare ad un italiano, non per ragioni geometriche, ma per questioni sentimentali: si sentono e si vivono le stesse cose che siamo abituati a trovare in Italia, la stessa domesticità di città fatte di tanti microcosmi. Scrive Giacomo Leopardi in una lettera al fratello Carlo nel 1822: "L'uomo non può assolutamente vivere in una grande sfera, perché la sua forza o facoltà di rapporto è limitata. [ ] L'unica maniera di poter vivere in una città grande, e che tutti, presto o tardi, sono obbligati a tenere, è quella di farsi una piccola sfera di rapporti [ ] Vale a dire fabbricarsi dintorno come una piccola città, dentro la grande [ ]". I rapporti che si vivono nella città grande spagnola sono simili a quelli paesani, anche se lo sviluppo e la cultura sono quelli alti di una capitale d'altri tempi. Mentre
siamo a Granada fa visita alla locale Università il maggiore filosofo
contemporaneo spagnolo, Fernando Savater, che rappresenta l'omologa figura
iberica del nostro Umberto Eco, con un intervento titolato "La búsqueda
de la verdad": forse è la verità che oggi un po' ci
manca, e un architetto la deve cercare tra i muri della città anche
se necessità maggiori ci spingerebbero a parlare d'altro. Così
ha fatto Nanni Moretti costruendo un film su Berlusconi, anche se ama
constatare nel film "Il Caimano" che ha altri progetti in mente,
forse una commedia, perché "è sempre il tempo per una
commedia". Sensibilità vuole che "ubi maior minor cessat",
ma così vien meno il sacrificio quotidiano della ricerca della
verità laddove siamo esperti e non solo dilettanti. Spagna,
Spagna, e ancora Spagna lungo i tragitti che uniscono le varie città:
il paesaggio ricorda quello descritto da Cervantes nel Don Chisciotte,
i grandi e magnifici ventilatori per la produzione di energia eolica tra
Cadiz e Tarifa, i suoi mulini a vento. Sembra di rivedere il suo battagliare,
sembra di sentirlo recriminare contro tutti i mali del mondo, con suo
unico conforto la finale ricompensa della sua bella Dulcinea del Toboso.
Ogni tanto, in questo paesaggio non oltraggiato da una edificazione a
spalmata di nutella, campeggia una nera gigantografia taurina a ricordo
della terra Andalusa. Siviglia.
Partiamo da due aree di bordo del centro storico: la zona dell' Exposición
Universal del 1992, a nord, al di là del Guadalquivir, e quella
per l'Exposicion IberoAmericana del 1929, a sud. L'arpa di Calatrava -
che lui ha immaginato come profilo di cavallo, ma credo ce lo veda solo
lui - è un ponte non troppo aggraziato anche perché il colossale
puntone è forse, appunto, troppo colossale
un po' come reggersi
i pantaloni con una gru piuttosto che con le stracche. Se formalmente
è così, funzionalmente è molto ben congeniato, con
il passaggio pedonale centrale rialzato e le due carreggiate a destra
e a sinistra che si inarcano nella fase finale. Non andate a Gibraltar, la colonna d'Ercole sulla costa della vecchia Europa: che c'entra un pezzo di Old England sotto il sole che a due passi è già africano? Venendo dalle affollate città spagnole, qui troviamo l'assenza: sembra di stare in una San Marino senza turisti, in un enclave fuori dal tempo, minoranze comprese. Gli Inglesi in India si sono fatti Indiani, qui sembrano rimasti tutti puritani. Oggi la Spagna è una delle nazioni più vive culturalmente: lo dimostra anche la recente premiazione di "Volver" di Pedro Almodovar al Festival di Cannes. E' il Paese che ha vissuto l'ultima delle dittature dell'Europa occidentale, l'unico di questa a non avere avuto il '68. Ora, a distanza di trent'anni dalla fine di Franco, sta raggiungendo la sua maturità culturale ed economica: non è una Nazione stanca come Francia, Regno Unito, Germania e Italia, anzi, ha voglia di vivere e di crescere. Diamole spazio! Perché l'Europa riparta da lì, tra Mediterraneo e mondo arabo: non possiamo non dialogare. (Fotografie
di Linda Spada) Alessandro
Bianchi, architetto e Dottore di Ricerca, è Docente presso la Facoltà
di Architettura e Società del Politecnico di Milano dal 2001, e
Ricercatore di ruolo nel Dipartimento di Architettura e Pianificazione
(DAP) dal 2005. Ha conseguito la Laurea nel 1996 e il Dottorato nel 2001,
presso l'Università di Firenze. Dal 2000 al 2005 ha insegnato anche
all'Istituto Europeo di Design, sede di Milano.
©copyright archphoto - Alessandro Bianchi
|