I
casi di studio presentati in questo dossier sono stati volutamente limitati,
vista l'ampiezza dei temi trattati e il conseguente rischio di dispersione,
ad alcune condizioni prefissate in anticipo. Tutti i progetti architettonici
e le opere artistiche selezionate sono state realizzate ed inoltre sono
un operato recente, ossia la loro traduzione in fatto reale è avvenuta
negli ultimi cinque o sei anni.
La prima delimitazione, che per l'arte è quasi una condizione necessaria,
ha una grande importanza anche per l'architettura. La storia di quest'ultima
è piena di opere che, pur avendo condizionato il pensiero critico
e il suo stesso evolversi, non hanno mai visto la luce e quindi non hanno
né modificato lo spazio reale e il rapporto che con questo si ha,
né hanno subito la dura prova del passaggio da idea a realtà.
Difficile risulterebbe infatti giudicare, ad esempio, i rapporti che un
edificio ha con il suo contesto urbano se concretamente non fosse lì
a rappresentarli: come un arte che non sia stata rappresentata almeno una
volta, semplicemente non esiste.
La seconda imposizione mirava a fornire un'istantanea, una fotografia, del
momento che stiamo vivendo, una sospensione di un frammento temporale da
poter scrutare al microscopio quasi fosse un provino. Liberarsi dal peso
di uno sguardo strabico rivolto per metà alla storia, seppure recente,
(quindi all'apparente saggezza della retrospettiva storica spesso contaminata
da voglie di revisionismo) e per metà al futuro che incombe (quindi
all'ansia da prestazione che coglie chi cerca di anticiparlo). Nessuna Presence
of the past, se non quella che ognuno di noi si porta dentro come bagaglio
personale più o meno cosciente, nessun Next perché negli studi
e nei laboratori qualcuno lo sta già costruendo. Solamente il presente
dilatato.
Queste condizioni limite hanno determinato un campo d'esistenza entro il
quale, lentamente, sono emersi legami e relazioni, alcuni prevedibili altri
meno; proprio come in una foto scattata da una polaroid in cui la carta
fuoriuscita dall'apparecchio inizia lentamente a far comparire, man mano
che rimane esposta all'aria, l'immagine di un attimo rubato al tempo, certamente
poco definito, dai campi tonali ancora incerti, ma sicuramente sufficientemente
chiaro da poter essere riconosciuto come l'icona di un ritratto.
CENTRI
STORICI
Architettura
Una
prima indicazione viene dalla difficoltà incontrata nel reperire
esempi di progetti di recente realizzazione nel contesto oggetto di studio,
soprattutto in Italia.
Il quadro complessivo emerso delinea una condizione in cui l'architettura
contemporanea è stata letteralmente "espulsa" dai centri
storici. Dopo secoli in cui è stata protagonista assoluta, testimone
di un fare ed un pensare capace, nel bene e nel male, di rappresentare
un'epoca, di stratificarsi nel palinsesto urbano e di modificarne le relazioni
tra le singole parti, oggi è prevalentemente relegata al mantenimento
di uno status quo. Essa viene tollerata solamente per le sue capacità
di ridisegno della pavimentazione di una piazza o di arredo, di interni
commerciali, ma sostanzialmente è privata della possibilità
di esprimersi sulle qualità spaziali della città storica.
Questa viene vista come unicum immutabile, in cui è scomparsa la
distinzione delle diverse epoche che l'hanno conformata -anche in modo
traumatico-, in favore di una cristallizzazione ad uso e consumo di un'immagine
consolidata; un'entità in grado di corrispondere al bisogno di
stabilità identificato con una monumentalità ormai estesa
all'intero "ambiente". Chi si reca in una città dal lungo
passato (accade per le città europee, ma è altrettanto vero
per le down town americane) avrà la rassicurante sensazione di
trovare esattamente ciò che si aspettava; così come ogni
cittadino che si rechi nel centro della sua città sarà confortato
dalla perfezione domestica di quello che oramai è diventato il
"salotto buono", in grado di contenere il codice genetico di
memorie che non ha mai vissuto o che non gli appartengono. A pochi interessa
sapere che, per esempio, gli edifici di Roma nella loro completa estensione,
hanno un'età media inferiore a quelli della municipalità
di New York, o che profonde e invisibili mutazioni hanno modificato l'essenza
stessa degli immobili: chilometri di cavi e fibre ottiche abitano il sottosuolo
e gli spessori dei muri. Anche le attività che accoglie l'antico
tessuto urbano si sono profondamente snaturate fino a coincidere con quelle
che si compiono nei grandi centri commerciali, questi a loro volta, in
una sorta di gioco di specchi, ne imitano la spazialità (ha ragione
Koolhaas quando ci invita a considerare i grandi shopping mall come unica
possibilità dei progettisti di ridisegnare una città).
Dagli esempi progettuali raccolti è possibile trarre alcune indicazioni
metodologiche testimoni di diversi atteggiamenti che animano l'architettura
contemporanea.
Alcune di esse non presentano apparenti novità di rilievo e sembrano
essere in continuità con le esperienze compiute negli ultimi 50
anni. Si tratta di opere realizzate al limitare del centro storico, o
dove questo comincia ad incontrare tessuti di più recente edificazione,
che colmano vuoti urbani dalle limitate dimensioni: è il caso del
Es Hotel a Roma di King & Roselli Architetti Associati (nato nell'assoluto
silenzio e aggirando le classiche polemiche che in genere accompagnano
qualsiasi novità), dell'Edificio D a Venezia di Cino Zucchi, del
complesso di edilizia sovvenzionata in Rue de Suisse a Parigi di Herzog
& De Meuron e della Garden House ad Amsterdam dei Mecanoo. Tuttavia
l'aggressività e il coraggio degli anni sessanta-settanta (si pensi
a Ridolfi), o l'eccezionalità e la voglia di stupire (Ginger e
Fred a Praga di Gerhy) lasciano qui campo ad un quieto ambientamento rispetto
alle preesistenze, persino nella tradizione avanguardistica di un paese
come l'Olanda. Non si tratta comunque di puro mimetismo quanto di tentativi
che hanno come minimo comun denominatore la volontà di coniugare
l'autoreferenzialità al possibile dialogo con l'intorno. Una sintesi
che si manifesta nel trattamento delle superfici, tecnologicamente avanzate
o con materiali tradizionali ma impiegati secondo linee espressive inedite,
visibili solo ad uno sguardo attento. Dunque superfici sufficientemente
neutre e astratte con aggettivizzazioni letteralmente prese dal contesto
a cui è demandato il compito dello scambio: i solai aggettanti
dell'Es Hotel, le finestre irregolari e contornate di Zucchi, la partitura
e le persiane tecnologiche a Parigi, lo sdoppiamento e la facciata fuori
piombo ad Amsterdam.
La penisola iberica attualmente presenta una casistica a parte, discostandosi
decisamente dalla linea precedentemente descritta. Gli interventi realizzati
non ricercano quel delicato e difficile equilibrio che nel resto di Europa
sembra aver preso il sopravvento. Inoltre i progetti riguardano aree nodali
e decisive del centro storico, in alcuni casi persino tra le più
rappresentative della città, come nel recupero del palazzo comunale
Casa dei Ventiquattro a Porto (proposto da Fernando Tavora) o nel nuovo
complesso municipale a Mursia (disegnato da Rafael Moneo). Questi edifici
si presentano con una decisa unitarietà stilistica ma nascono,
di fatto, da una commistione metodologica che fonde la tradizione modernista
con l'eredità delle ricerche urbane compiute negli anni ottanta;
attenta analisi delle tipologie del tessuto cittadino, ripresa degli allineamenti
principali, leggere rotazioni delle facciate o dei volumi in funzione
delle preesistenze. A tali caratteristiche viene aggiunta anche la riduzione
formale e l'omogeneità di trattamento materico di derivazione minimalista
(l'ampliamento del municipio di Vila Seca di Josep Llinas Caramona e la
riqualificazione del quartiere Viela do Anjo sempre a Porto di Barbosa
e Guimaraes). In effetti si tratta di una forma di eclettismo occulto
che, impadronendosi del "meglio" dei criteri operativi prodotti
dalle teorie architettoniche del nostro passato prossimo, consente ai
progettisti di elaborare progetti immuni dalle rigide posizioni ideologiche-disciplinari,
che fino ad oggi hanno accompagnato lo scenario architettonico.
Bisogna anche segnalare, per quanto riguarda l'Italia, la fioritura progettuale
di percorsi, passeggiate e ponti rigorosamente pedonali. Tali interventi
possono essere interpretati in maniera differente: l'architetto viene
impiegato come arredatore degli spazi "interni" del centro storico,
grazie anche all'idea di provvisorietà (spesso solo apparente)
e reversibilità insita nel tipo di intervento eseguito (Francesco
Taormina a Pollina, Palermo); oppure lo stesso viene chiamato a definire
i percorsi e l'accessibilità di aree archeologiche, anche di grandi
dimensioni (percorsi di visita dei Mercati di Traiano a Roma di d'Aquino
e Franciosini), in virtù del processo di musealizzazione che sta
funzionalmente riconfigurando e valorizzando il grande patrimonio architettonico
esistente. Tuttavia il discorso cambia e il grado di tolleranza dell'opinione
pubblica e degli amministratori tende drammaticamente allo zero, quando
il progettista si "avventura", pur seguendo gli stessi principi
ermeneutici, al di fuori delle zone consentite, come dimostrano le polemiche
sul ponte pedonale di Cellini in via degli Annibali a Roma. Al di fuori
di queste logiche è sicuramente la Passeggiata della Lanterna a
Genova di Andrea Marenco- Architetti riuniti-studio 4, percorso pedonale
si, che va dal porto alla lanterna simbolo della città, ma a scala
urbana. Il progetto consente di reinterpretare gli inediti scorci che
la città ci offre: dal mare al porto popolato di containers e antichi
magazzini industriali, dalle antiche mura alla sopraelevata in cui sfrecciano
automobili e camion. Non si tratta della musealizzazione di una limitata
area, ma della trasformazione cosciente della città in un paesaggio
affascinante proprio perché vario, mutevole e contraddittorio;
in definitiva un paesaggio vivo che dimostra come i termini centro storico,
territorio urbano, infrastrutture e paesaggio definiscano, una volta tradotti
nella realtà, un'unica entità.
Il
caso di studio: il MuseumsQuartier di Vienna.
La realizzazione del quartiere dei musei (MuseumsQuartier) a Vienna non
poteva non essere tema di una trattazione approfondita e punto di partenza
per le riflessioni sul rapporto tra architettura e centro storico oggetto
del convegno . Questo non solo per la dimensione del progetto, che dota
il cuore della capitale austriaca di uno tra i più grandi centri
al mondo per l'esposizione (ben 60000 mq.), ma anche per la qualità
dell'intervento che riesce a stabilire un dialogo con l'importante preesistenza
monumentale settecentesca delle ex scuderie imperiali di Fischer von Erlach.
Non si tratta tanto di un edificio, quanto di un complesso, di un intero
quartiere appunto, che raccoglie spazi dedicati all'esposizione di collezioni
permanenti, kunsthalle, teatri, musei scientifici, servizi e luoghi per
la produzione dell'arte. Proprio quest'ultima funzione unitamente alla
scelta del luogo, che ha portato alla rinuncia di alcuni elementi progettuali
caratterizzanti, per esempio l'eliminazione di una torre alta 57 metri,
denuncia la sua diversità rispetto ad altri musei che hanno visto
la luce in quest'ultimo decennio. La diversità si manifesta principalmente
negli intenti; il complesso pur inserendosi nel grande circuito dell'arte
non è dedito unicamente al "iperconsumo" estetico e commerciale
delle opere, come il ricco programma funzionale dimostra. Infatti, all'esposizione
e all'ipertrofica espansione di aree dedicate alla commercializzazione
di gadget e marchandise, che ormai caratterizza questa tipologia, riesce
ad accompagnare centri di propulsione, ricerca e creazione. Differenza
di impostazione che si traduce formalmente in un architettura misurata,
che tuttavia non rinuncia ad una sua autonoma identità: nessuna
volontà unilaterale di grandeur, come nella Piramide del Louvre
di Pei, nessuna intenzione di monumentalità contemporanea o desiderio
di creare un immagine manifesto, seppur mirabilmente concepita, alla maniera
del Guggenheim di Bilbao. Una dimostrazione di come l'architettura contemporanea
possa contribuire a valorizzare, rendere più vitale e attuale un
centro storico, proprio a Vienna dove l'efficacia di tali interventi si
era manifestata nel discutibile intervento di Hans Hollein di fronte al
duomo di Santo Stefano.
Arte
In un inversione di tendenza rispetto all'architettura, l'arte, confinata
in passato al chiuso di chiese e palazzi, o tutt'al più alla caratterizzazione
scultorea di piazze, oggi apparentemente vive un momento felice che le
permette di essere ospitata in maniera diffusa sul territorio storicizzato.
Tale espansione, principalmente in Italia, avviene secondo due modalità.
La prima vede ospitare in luoghi simbolici e ricchi di storia della città,
rassegne di arte contemporanea dove gruppi di artisti vengono chiamati
a realizzare opere create specificatamente per l'occasione e per quel
luogo; ne sono un esempio la rassegna Giganti nei Fori Imperiali a Roma,
giunta alla sua terza edizione, le stesse installazioni temporanee di
Piazza del Plebiscito a Napoli, che regolarmente compaiono ormai da sette
anni o anche Luci di Artista a Torino. Ne è una variante comportamentale
la tendenza a scegliere gli spazi interni di edifici storici rappresentativi
(certose, conventi, palazzi, castelli) con i quali confrontarsi-scontrarsi,
come nella mostra Pulcherrimae Strade in Friuli Venezia Giulia. Piazze,
aree archeologiche, cortili vengono allora investite da inquietudini e
interrogativi innescati dai linguaggi multiformi dell'arte contemporanea,
generando visioni dove classicità e contemporaneità, per
contrasto, danno vita a immagini inedite della realtà. Il conflitto
rinnova quel rapporto, normalmente narcotizzato dalle abitudini percettive
che ognuno di noi acquisisce passivamente, tra spazio esistenziale e spazio
esistente. Eppure tali eventi rimangono a livello di sortite dimostrative:
una abbondanza di rassegne che hanno in comune la loro breve durata, pensate
in funzione della loro temporaneità e tollerate in quanto tali.
Difficile, se non impossibile, trovare esempi di opere d'arte permanenti
nei centri storici. I pochi casi ospitati rientrano nella forma espressiva
della scultura, giudicata canonicamente ammissibile come incarnazione
stessa della monumentalità celebrativa (Pop, nel caso del Ago e
Filo di Claes Oldenburg a Milano). Proprio l'accettazione della monumentalità,
ovvero il tentare di mettersi alla pari con i mezzi di comunicazione privilegiati
dalla storia dell'arte urbana, decreta spesso l'inefficacia del messaggio,
se non addirittura il rigetto da parte dell'opinione pubblica. Qui, infatti,
l'informazione estetica si misura direttamente con codici secolari che,
nell'immediatezza della figuratività e nel loro far ricorso alla
memoria collettiva, diventano termine di paragone insuperabile (la vecchia
e cara statua equestre o i complessi scultorei delle piazze barocche).
Portavoce più rappresentativa della pervasività dell'arte
nei centri storici, ma non solo in quelli, è la seconda tendenza
riscontrata. Ormai da diversi anni l'arte contemporanea utilizza i mezzi
comunicativi della pubblicità per insinuarsi nel quotidiano: scritte
al neon e manifesti simili alla cartellonistica commerciale rivestono
i muri dei rioni storici (come nella rassegna "ManifesTO" di
Torino). La familiarità che la popolazione ha con il linguaggio
in questione la rende permeabile e arrendevole al messaggio dell'artista.
Tali opere, paradossalmente, proprio perdendo la loro aurea contemplativa,
accettando di contaminarsi con le cose del mondo, esistendo quasi esclusivamente
nel loro controsenso linguistico-comunicativo, trovano grande diffusione
nel mimetismo con gli elementi che già abitano i luoghi urbani,
riuscendo a sabotare il senso stesso della comunicazione commerciale.
Una promiscuità che, a sua volta, ha permesso a quest'ultima di
sfruttare il "linguaggio" dell'arte, di impadronirsene tanto
da essere in alcune occasioni identificata o confusa con essa. Nei casi
migliori il prodotto viene veicolato parallelamente ad un messaggio etico
o estetico: questo spiega la presenza di Oliviero Toscani, capostipite
di tale operazione, in questa raccolta di esempi. Oggi il fenomeno ha
raggiunto una proporzione tale da non poter essere più ignorato;
ponteggi di edifici in ristrutturazione, rivestiti da enormi manifesti,
alterano le visioni delle piazze, occultano monumenti e statue per mesi,
permettono, in un assurdo gioco di grandezze, ad un gigantesco "Uomo
Ragno" di lanciarsi verso Campo dei Fiori a Roma o ad una enorme
automobile di essere parcheggiata nei pressi di Piazza del Duomo. Pur
consegnandoci complessi rivitalizzati dal restauro, non tutti i manifesti
sono siglati da un artista e la cosa induce a riflettere.
Esiste
poi un genere di arte, che incomincia a far la sua comparsa nelle nostre
città, faticosa da definire (ambientale? relazionale?), da rappresentare
o persino da riprodurre secondo i mezzi propri della carta stampata. Ad
esempio un'installazione di Kooijmans e Cerpac che fanno uscire dai tombini
di Amsterdam, a cadenza irregolare, una voce bassa e vibrante che dice"Nord"
ricordando i suoni delle navi in partenza; oppure facciate cieche di palazzi
che, invece del solito murales, si animano di notte delle ombre proiettate
da ignari passanti o da gruppi di amici pronti a dar vita a spettacoli
improvvisati .
Proprio l'assenza di questi esempi, la quasi impossibilità di pubblicarli,
ci indica una nuova forma espressiva percorribile dall'arte contemporanea,
un suo diverso modo di trovare sostanza e di relazionarsi con il contesto,
in definitiva un nuovo modo di parlare alle persone.
Il caso di studio: la metropolitana dell'arte a Napoli
Oltre alla già citata operazione di Piazza del Plebiscito, il cui
inizio coincide con il restauro e la pedonalizzazione dell'area monumentale
(una vera e propria riscoperta del cuore simbolico del capoluogo), Napoli
si segnala all'attenzione per il complesso Piano dei Trasporti che si
sta realizzando. Una pianificazione che vede uniti il potenziamento della
rete di mobilità e dei trasporti con il recupero e lo sviluppo
di interi settori urbani, anche interni al nucleo più antico e
fragile della città. La scelta di riqualificare alcune stazioni
della metropolitana attraverso la sinergia tra architettura e arte restituisce
alla fruizione, anche estetica, quegli spazi anonimi prima dedicati a
parcheggi, sedi viarie o semplici tunnel pedonali. La frammentarietà
diventa allora polifonia visiva di una nuova identità fornita dal
confronto diretto: il grande numero di artisti chiamati ad intervenire
può darne un'idea (Marano, Tatafiore, Pisani, Rotella, Barisani,
Cucchi, Dalisi, Perino e Vele solo per citarne alcuni). La collocazione
dell'arte contemporanea in spazi tradizionalmente non deputati ad accoglierla,
permette un rapporto quotidiano con le opere che si tramuta presto in
confidenziale e naturale.
PAESAGGIO
Il
concetto di paesaggio, inteso nella sua accezione più estesa, si
sta modificando velocemente. L'inarrestabile processo della globalizzazione
ha portato ad una parallela presa di coscienza riguardo alle sorti dell'intero
pianeta, come dimostrano le conferenze sulla sostenibilità a Rio
de Janeiro, del 1996, e quella recentissima di Johannesburg. Quel che
rimane del territorio naturale viene visto ormai come una bio-diversità
in pericolo, limitata e fragile. Si è finalmente giunti all'inevitabile
conclusione: da queste porzioni di mondo dipende la nostra stessa sopravvivenza
e siamo sempre noi a doverle gestire.
Il concetto stesso di spazio naturale non è più un'astrazione,
un qualcosa da opporre alle zone abitate; non è concepito come
l'altro, il diverso da sé, ostile e incontaminato. Nella nostra
mente la contrapposizione tra un interno e un esterno è scomparsa;
oggi in effetti esiste un solo unico grande "dentro". Questa
è una vera e propria rivoluzione nella storia della filosofia occidentale
che ha sempre vissuto nella dialettica di due concetti opposti (ragione
e sentimento, l'io e l'alterità, il dentro e il fuori etc.)
Tale mutamento di ottica non poteva non portare cambiamenti nel modo di
operare dell'architettura e dell'arte nei confronti del territorio-paesaggio;
ora non si discute "se" queste debbano esistere, piuttosto su
"cosa" possano essere e che qualità estetica debbano
raggiungere. Da qui il continuo apparire di opere che vivono della contaminazione
reciproca fra le due discipline: l'architettura prende in prestito metodi
peculiari dell'arte e questa, a sua volta, impiega tecniche proprie dell'architettura,
entrambe intente a cercare una nuova strada.
Architettura
Sul
modo in cui un edificio (forse sarebbe meglio dire l'oggetto architettonico)
si relaziona con il contesto naturale, rinveniamo una casistica limitata.
Innanzi tutto va segnalata la risposta di quel gruppo di progetti che
fa forza sul rapporto di tipo mimetico con il luogo. Rapporto che, pur
accomunato nelle finalità, caratterizza una nebulosa dove l'unico
vero elemento distintivo è la scelta della tecnologia con cui trattare
i materiali da costruzione; alla superficie di rivestimento è demandato
il compito di ricercare un probabile dialogo.
Parallelamente a costruzioni che utilizzano direttamente elementi fisici
tratti dal territorio circostante (le Terme di Vals di Zumthor), ne troviamo
altri dove il tema dell'ambientamento diventa occasione di sperimentazione
di nuove o inedite tecniche applicate a materiali tradizionali. Esemplare
in tal senso è l'azienda vinicola Dominus di Herzog & De Meuron,
una sorta di grande scultura nel paesaggio che impiega una parete ventilata
realizzata secondo tecniche dell'ingegneria idraulica; essa è capace
di far assumere alla percezione dell'edificio un grado di variabilità
tale da mettere in discussione la stessa definizione di oggetto architettonico.
Altra sfumatura di questa tendenza è rappresentata dall'intenzionale
alterazione della sostanza degli elementi costruttivi come nel progetto
australiano Karijini Visitor Center (di Woodhead International BHD) dove
un materiale alieno al paesaggio, come l'acciaio, è stato trattato
con acido cloridrico per ottenere una colorazione in sintonia con le tonalità
rosso cupo dell'intorno, o come nel Museo della Pesca in Norvegia dove
pareti di cemento fertilizzato si ricoprono di muschi e licheni proprio
come le rocce circostanti.
Dunque la sintonia con il luogo è ricercata non tanto con un'identità
di forme, più o meno organiche, quanto con una dichiarazione di
appartenenza che riguarda la sostanza stessa delle cose.
Questa sostanza si trasforma in assunto concettuale quando materiali contemporanei
assorbono letteralmente o iconograficamente le suggestioni dell'ambiente,
rielaborandole. In tal senso basterà osservare attentamente il
collegio norvegese di Duncan Lewis dove i calchi in resina translucida
degli alberi circostanti conformano le pareti trasparenti dei volumi;
o il giapponese O Museum di Kazuyo Sejima, dove le superfici vetrate riproducono
la tessitura della corteccia degli alberi adiacenti.
Un discorso a parte va fatto per l'Olanda, rappresentata dal Padiglione
dell'acqua progettato dai Nox o dalle realizzazioni dei West 8. Il problema
del territorio, della limitatezza dello spazio vitale, viene qui vissuto
drammaticamente e si manifesta con imponenti opere di infrastrutturazione
dove gli unici elementi naturali sono, per assurdo, quelli voluti dagli
architetti e gli ingegneri. Una perfetta identità tra paesaggio
e oggetto architettonico, tra interno ed esterno, mimesi e antitesi.
Infine va rilevato come sia difficile reperire esempi di architettura
che superino la dialettica oggetto-paesaggio per esprimersi in un rapporto
più complesso a livello sia operativo che dimensionale, con una
procedura che rientri tanto nelle pratiche paesaggistiche (ripiantumazione,
morfing etc.) quanto in quelle più strettamente pertinenti la disciplina
architettonica. Pur nella sua estetica dell'imperfezione, del non compiuto,
il trattamento del parco-museo di Gigon e Guyer in Germania sembra muoversi
in questa direzione, riuscendo ad evocare una visione surreale nei visitatori
dell'area archeologica anche attraverso tecniche tipiche della Land Art.
Il
caso di studio: La Svizzera
L'autostrada
Transjurane
Inspiegabile, per l'importanza nevralgica del tema e le enormi ripercussioni
sul territorio, appare l'esiguità dei progetti dedicati a migliorare
l'impatto ambientale o a definire i canoni estetici delle infrastrutture.
Le proposte sono per di più frutto di operazioni episodiche o di
qualche amministrazione illuminata e comunque sono prive di una strategia
chiara e di ampio respiro. La cosa risulta incomprensibile anche per i
buoni risultati raggiunti dalle opere realizzate in Francia e in Svizzera:
le barriere autostradali di Abeville della Gautrand e quelle di Montereau
sur Jad di Mimram, o i ponti pedonali di Conzett e di Menn-Deplazes.
In tal senso fa eccezione l'esperienza di Ruchat-Salvi per l'autostrada
Transjurane, dove ogni elemento costitutivo del tracciato concorre a formare
un tutto armonico. Fossati, gallerie, muri di sostegno, centrali di ventilazione,
sono ugualmente oggetto di un preciso controllo estetico, senza rinunciare
alle specificità funzionali dei singoli manufatti. Qui si è
scelto di operare in modo scultoreo e riconoscibile per dare unitarietà
all'intervento, in continuità con le esperienze degli anni sessanta
in Ticino di Rino Tami. Ma la contemporaneità offre una vastissima
gamma di strumenti d'intervento che meriterebbe di essere messa alla prova.
Quella che dovrebbe essere una pratica consolidata, l'impiego cioè
di architetti, paesaggisti e artisti nel disegno delle infrastrutture,
sembra ancora lontana dal trovare credito presso le amministrazioni. Discorso
che vale non solo per le opere di nuova costruzione, ma anche per le inesplorate
potenzialità che offrono le riqualificazioni ambientali della rete
infrastrutturale esistente.
Expo.02
Per l'Esposizione Nazionale della Confederazione Elvetica si è
scelto una localizzazione diffusa su un territorio paesaggisticamente
connotato dalla presenza dell'acqua, com'è la regione dei Tre Laghi.
I complessi architettonici realizzati interagiscono creativamente con
i luoghi prescelti definendo un nuovo e spettacolare paesaggio. Le torri
del potere della Coop Himmelb(l)au, il cubo del tempo di Nouvel, i dischi
della natura e dell'artificio dello studio Multipack, la nuvola galleggiante
dei neworkesi Diller&Scofidio, unitamente alle sistemazioni a terra
dei West 8, hanno determinato un complesso di opere unico nel suo genere,
capace di mostrare le risorse dell'architettura contemporanea nell'ambiente
naturale. Interventi diffusi che trovano il principio fondativo nel nesso
oggetto-ambiente interpretato, questa volta, con la volontà di
stupire. A questo atteggiamento dimostrativo fa da contraltare la durata
dell'operazione che classifica nettamente gli interventi tra le iniziative
effimere. Ne è una prova l'incarico affidato ad un'agenzia, da
parte degli organizzatori, di fotografare minuziosamente i luoghi deputati
ad ospitare la manifestazione, al fine di garantire il ripristino esatto
dello stato dei luoghi una volta terminata l'esposizione. Un impiego di
energie e danaro veramente impressionante che ancora una volta andrà
perso: un atteggiamento davvero poco "sostenibile".
Arte
L'arte
contemporanea si relaziona con il territorio seguendo tre linee principali.
La prima continua il percorso ormai storico tracciato dalla Land Art,
sceglie ambienti incontaminati a cui sommare i segni del passaggio dell'artista
che si esprimono attraverso metafore o archetipi della memoria collettiva
(Adamello Walk di Richard Long).
La seconda trova rifugio in "interni", non importa quanto estesi
o artificiali (Turrel nel Roden Crater o Kienast nel giardino Et in Arcadia
Ego), in laboratori governati dal fare artistico dove poter rintracciare
i meccanismi interpretativi della natura. Qui viene operata una scomposizione
degli elementi primari secondo il tipo di fenomenologia che li accompagna:
luce, colori, suoni, associazioni mentali, inganni percettivi.
La terza tendenza, pur essendo generata dalla prima, almeno nella comunanza
della metodologia espressiva, predilige interventi in zone antropizzate
a ridosso di grandi infrastrutture o centri abitati. Così l'allestimento
di un lungo percorso delimitato da balle di fieno genera impreviste geometrie
svelando l'artificiosità delle nostre campagne (Schwartz in Power
Lines) o un imponente fascio di solchi, scavato nel terreno e visibile
nella sua interezza solamente dagli aeroplani in arrivo o in partenza
da un vicino aeroporto, evoca la primordiale potenza degli elementi naturali.
Alessandro D'Onofrio
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