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Mi fa piacere iniziare con un tema più che con un progetto. Il
tema delle cose che si ripetono; quando alcune cose cominciano a ripetersi
significa che esse sono importanti. Nel progetto di Venezia per l'università,
come in moltissimi altri progetti, un tema che ritorna molto spesso è
il tema del "riflesso" .
L'anno scorso per l'inaugurazione della stagione operistica del Teatro
Nuovo
a Barcellona, abbiamo fatto una scenografia. Io credo che qui, in un luogo
dove veramente la determinazione dell'architettura non è così
forte perché in un'opera teatrale puoi inventare molto di più,
il tema del riflesso sia venuto fuori con grande forza. Lo sfondo, con
questo grandissimo dirigibile dove viene ospitato il protagonista dell'opera,
è fatto di specchi, con l'intento di immettere nella scena, nel
teatro il mondo del "riflesso", in modo da riuscire a rappresentare
nella platea tutto quello che si trova nella macchina scenica, con il
suo movimento di attori. Per cui il riflesso è doppio: il luogo
in cui sta lo spettatore e allo stesso tempo il luogo dove sta l'attore,
dove si muovono le macchine. L'intento è stato quello di cercare
di metterli insieme, cercare di far partecipare l'uno dell'altro. Il riflesso,
o "doppio", è anche in altre cose. Anche nella mostra
che abbiamo allestito nel luglio 2001 alla Fondazione Mies van der Rohe
a Barcellona, nel padiglione che era stato ricostruito per l'esposizione
del '29. Esporre nel padiglione di Mies è difficile perché
non è un luogo in cui si possano appendere quadri o dove si possano
cambiare gli spazi. Lo spazio è molto forte e bisogna riuscire
ad introdursi con un dialogo molto delicato nei confronti dell'architettura
di Mies. Abbiamo cercato di inserire il progetto per il Parlamento di
Scozia attraverso due elementi, uno all'esterno e uno all'interno del
padiglione. Si tratta di due croci. All'inizio lo schizzo era proprio
quello di una croce dentro e di una fuori che riprendevano il tema narrativo
dei pilastri cruciformi del padiglione progettato da Mies. La croce all'interno
è quasi trasparente; poggia su un tappeto, sostituito all'originale
del padiglione. All'esterno, invece, questa croce si trasforma in un elemento
chiuso, all'interno del quale possono scorrere delle immagini di tutto
il progetto. È quindi una grande scatola che si avvicina al pilastro
del padiglione. In essa ci sono dei fori attraverso i quali si guarda
l'interno della scatola dove sono proiettati i disegni per il Parlamento.
Nel prato abbiamo messo degli elementi creati per sedersi, che divengono
parte del paesaggio.
(.)
Evidentemente quello del riflesso è un tema che ritorna, un tema
che ci ha già interessato nella prima mostra che abbiamo fatto
a Venezia. In quell'occasione abbiamo cercato di portare tutti i nostri
progetti alla Fondazione Masieri attraverso un viaggio con le barche sul
Canal Grande. È stato interessante vedere come quei disegni, elementi
estranei che provenivano da Barcellona e che rappresentavano i progetti
per altri luoghi d'Europa, si fondevano straordinariamente e finivano
per ricevere il riflesso della città e della sua immagine al di
sopra della loro superficie, come un gioco. È questo il tema per
Venezia, così come la intendiamo noi. Venezia è una città
così difficile da trasferire. La realtà di Venezia è
una realtà del "doppio": ha un mare al di sotto e un
cielo al di sopra. La sua terra è un artificio, un'invenzione,
qualcosa che non c'è. È questa sensazione di riavere il
doppio del mare e della terra che forma la città in sé.
Questa è l'immagine che abbiamo usato per presentare il progetto
per il cimitero di Venezia. L'immagine del doppio ci ha fatto riflettere
e giocare con questo binomio cielo-terra. Il nostro motto per il concorso
dell'università di Venezia è stato: "Per tetto il cielo,
per pavimento il mare". All'inizio abbiamo cominciato disegnando
nulla di concreto, ma prendendo disegni di costellazioni e mappe della
laguna e sovrapponendoli. Abbiamo passato la prima parte del concorso
facendo queste cose, senza sapere dove saremmo andati a finire. Queste
cose credo siano importantissime perché rimarranno l'impulso che
genera il progetto vero e proprio. Arrivi sul luogo e guardi verso l'acqua,
poi alzi gli occhi e ti rendi conto che davanti a te sorge questo mostro,
il retro dei magazzini frigoriferi. Questo punto racconta molte cose.
Ti racconta della scala della città e della scala completamente
diversa di un pezzo di industria che si affaccia a Venezia in questo momento.
L'importante era cercare di riconvertire questo posto; prima di sapere
cosa sarebbe stato il progetto sapevamo che volevamo lavorare sul perimetro
perché esso raccontava la storia dell'edificio con cui dovevamo
avere a che fare, la storia dell'area e la difficoltà di tornare
in quel sito e ritrasformare quel pezzo di Venezia. Visto dall'altro lato,
l'affaccio dei magazzini frigoriferi sulla Giudecca è tutta un'altra
cosa, un altro respiro, da lontano è veramente un altro ambiente.
Importante per il progetto era sapere che volevamo che questa parte di
Venezia, che ormai era diventata una Venezia industriale, si ricollegasse
con tutto il resto e riuscisse a ritornare in contatto, in comunicazione
con gli spazi circostanti. Il disegno in questo progetto è stato
lasciato come ultima fase. Abbiamo iniziato giocando con collage, ritagli.Volevamo
formare uno spazio aperto all'interno del magazzino, uno spazio aperto
intorno al cuore dell'edificio e risistemare cercando di trovare un modo
per toccare il "terreno" di Venezia. Volevamo vedere la metamorfosi
dell'edificio che da magazzino di pesce e alimenti diventava magazzino
di gente, persone che imparano il sapere.
Contemporaneamente al progetto di Venezia lavoravamo anche su altri progetti
che, come quello di Venezia, avevano a che fare con la storia, con una
città storica e che presentavano il problema e la difficoltà
di atterrare in un luogo con caratteristiche fortissime. Nel centro della
città di Venezia , dovevamo attuare una serie di antiche case,
vicinissime al duomo con la sua alta torre. Il nostro proposito era quello
di dialogare con queste vecchie case, alcune accettarle, altre no. Abbiamo
per esempio fatto abbattere un edificio degli anni trenta che sorgeva
in quel posto e abbiamo creato una nuova piazza che ha fatto sì
che la facciata dell'edificio diventasse quello che prima era il retro,
cambiando in questo modo l'entrata, l'accesso all'edificio. La facciata
risulta quasi un Frankestein. Le vecchie cornici degli edifici abbattuti
sono state riadattate a elementi decorativi intorno alle finestre nuove,
divenendo in questo modo l'elemento di entrata e di accoglienza dell'edificio.
Queste cornici, essendo danneggiate, sono quasi diventate come dei reperti
romani. La nuova entrata è sulla piazza; un ponte, una rampa e
una scala indicano il nuovo accesso.
Nella seconda fase del progetto per l'università di Venezia è
stato fatto un salto molto importante. Un salto che permetteva di superare
la difficoltà di arrivare a Venezia e di progettare giocando sulla
metamorfosi del suo perimetro e pensare, invece, molto di più su
come atterrare sulla città. È qui che è apparso l'elemento
importantissimo della scalinata che ha permesso all'interno dell'edificio
di diventare come una topografia. Quello di cui avevamo bisogno era proprio
una scala, delineata da delle linee che si ripiegano e ci ricordano come
gli edifici di Venezia che ci piacciono di più, le chiese, arrivano
a toccare la terra (questa terra così speciale, per il fatto di
essere una terra artificiale) proprio attraverso una scala. Sembra quasi
che le scale facciano atterrare l'edificio dal cielo invece che farlo
emergere dalla terra. L'edificio è diventato fondamentalmente una
pianta bassa, fatta come una topografia.
La vera densità dell'edificio è al piano superiore. Al piano
terra c'è l'apertura mentre il piano superiore è in grado
di riportare ad una compattezza, date dalle aule che appaiono come dei
magazzini, tutte uguali e ordinate. La luce delle aule proviene esclusivamente
dal cielo, una luce delicata. In questo modo la pianta bassa dell'edificio,
totalmente aperta, apre verso la città, mentre una volta che si
è dentro le aule la concentrazione è massima, non c'è
la possibilità di guardare fuori dalla finestra. L'idea dei lucernari
nelle aule che non hanno finestre viene da diverse riflessioni su Venezia
fatte anche negli anni scorsi con Enrique Miralles, tenendo presente in
primo luogo il progetto di Le Corbusier per l'ospedale di Venezia, questo
edificio assolutamente mitico, il più importante che si sia fatto
a Venezia in questi anni, anche se non realizzato. La sezione dell'edificio
è assolutamente aperta, aerea in basso, in contrasto con la parte
superiore. L'edificio ha la possibilità di far passare la gente
al piano di sotto. Movimento e trasparenza verso la città in basso,
grande concentrazione in alto. Nell'ultima versione dell'edificio c'è
un elemento che rompe geometricamente lo schema delle aule: una grande
aula che permetterà uno spazio espositivo all'ultimo piano, con
la visione sul pianerottolo. L'auditorium ha la caratteristica di essere
aperto alla città e di essere quasi parte della scalinata esterna
che guarda verso la Giudecca. Una facciata in vetro di Murano chiude l'edificio
verso il Canale della Giudecca. L'introduzione in facciata di questi vetri
di Murano deriva dalla volontà di trasferirvi degli elementi che
richiamano i pezzi di vetro che non vengono più utilizzati nelle
vetrerie di Murano. Questi pezzi di scarto rimangono come delle pietre
e alla fine vengono disposte ordinatamente, separate da legno. Il "sasso
inutile", il cui destino è quello di essere buttato via, diviene
qui elemento decorativo forte. Così come i pezzi di vetro sbagliati
venivano separati e ordinati in base al colore, così anche nella
facciata dell'edificio i vetri sono separati, incorniciati uno a uno,
a richiamare la sorte toccata ai "sassi" di Murano".
...
STUDIO MIRALLES
"Nel
1998 ho lavorato a due progetti. Lavoravo sul progetto di Venezia e allo
stesso tempo lavoravo sul progetto per il Campus universitario di Vigo.
Era divertente per me confrontare le riflessioni che facevamo su due tavoli
diversi e vedere come il progetto di Venezia entrava nel progetto di Vigo
e come il progetto di Vigo allo stesso tempo entrava in quello di Venezia.
Quello di Venezia era un progetto che aveva a che vedere con l'acqua e
con i riflessi; quello di Vigo era un progetto che aveva a che vedere
con un grande scavo. Due cose completamente opposte potevano, in realtà,
influenzarsi tra loro. Prima di entrare nel progetto esecutivo, abbiamo
dovuto capire come funzionava la sezione della montagna. Nella parte di
roccia volevamo sistemare le fondazioni dell'edificio e contemporaneamente
fare in modo che questa parte di roccia fosse parte degli edifici stessi.
Nel progetto di Vigo una parte importante è stata quella dell'organizzazione
dell'urbanizzazione, prima ancora di quella degli edifici. Il progetto
era costituito da alcuni edifici esistenti che erano stati costruiti senza
una grande pianificazione urbana e bisognava, perciò, cercare di
mettere insieme tutti questi pezzi di architettura. Il primo progetto
per il campus è stato quindi quello della riorganizzazione degli
edifici circostanti e soprattutto dei percorsi interni.
Non era una zona piana, ma una zona con una forte pendenza, per cui tutto
il progetto si risolve attraverso questi movimenti di scale che scendono
e salgono. Abbiamo paragonato queste scale a quelle del progetto per l'università
di Venezia, quasi a voler utopicamente accomunare gli studenti seduti
a Venezia con quelli di Vigo, seduti sulle gradinate durante i momenti
di pausa. L'idea della scalinata a Vigo è un'utopia, visto il clima
freddo e piovoso del luogo, che non permetterà di sedersi all'aperto
sulla scalinata e godere del panorama che in pochi giorni all'anno. L'edificio
di Vigo è molto più piccolo rispetto a quello di Venezia,
circa un quinto, ma l'idea di spostare gli studenti al piano superiore
e far sì che il paesaggio possa proseguire, passando sotto l'edificio,
è praticamente la stessa. In uno dei primissimi schizzi per il
progetto si capisce già l'idea di sollevare l'edificio e farlo
scendere attraverso una scala, oppure costruire dentro la montagna. Volevamo
costruire sopra o dentro la roccia. Sopra perché la qualità
di questo luogo è la vista del paesaggio: la montagna è
sempre presente attraverso una qualsiasi visuale. Sollevando l'edificio
sarebbe stato possibile inquadrare il paesaggio circostante come per mezzo
di una cornice.
Gli edifici circostanti principali sono un centro commerciale. Al centro
c'è un lotto destinato alla piazza che dovrà avere, nella
pavimentazione, un carattere molto artigianale. Pensiamo di realizzare
questo progetto della piazza dirigendo i lavori in loco, perché
la piazza è enorme e il progetto di pavimentazione si prospetta
difficile. I tre edifici devono aiutare quelli circostanti ad offrire
un luogo pubblico agli studenti: ci saranno quindi luoghi in cui mangiare,
cinema, negozi, teatro.
L'intenzione del progetto era quella di alzare il livello di percorso
per gli studenti, creando una specie di corridoio coperto, in modo tale
da eliminare la vista degli edifici e privilegiare quella dell'orizzonte
in lontananza.
L'area di attuazione del progetto era inizialmente un'area boschiva. La
visione che, invece, avemmo noi, una volta giunti sul luogo, fu quella
di una zona disboscata. Di conseguenza, uno dei grandi sforzi iniziali
fu quello, da parte nostra, di far riforestare la zona.
Lavorare con curve di livello che variano anche di trenta metri rendeva
il progetto più arduo. Il primo plastico fatto fu quello della
montagna, con lo scopo di analizzare le pendenze. In quest'area erano
presenti già altri edifici: quello di biologia, la facoltà
di economia, la biblioteca del campus. C'era un limite al progetto, dato
dalla parte archeologica oltre la quale non si poteva costruire. Decidemmo
di collocarlo ad una quota di circa 460m; 462m la quota destinata al centro
commerciale e 467m quella del tetto, ossia del punto più alto della
costruzione.
I nostri clienti tra Venezia e Vigo erano molto diversi. Il rettore dello
IUAV viaggiava spessissimo, veniva a trovarci e noi andavamo a trovare
lui, mentre quello di Vigo era molto assente. Nel progetto di Vigo il
cliente cercava di separare i due preventivi, quello per l'urbanizzazione
e quello per la costruzione degli edifici. L'urbanizzazione era una parte
molto importante del progetto, ma a questa erano stati destinati molti
meno soldi di quelli stabiliti per gli edifici. Per questo motivo la maggior
parte delle discussioni iniziali miravano a far capire al cliente che
si trattava di un unico progetto.
Il progetto ha necessitato di cinque mesi di scavi. Le pietre che si trovavano
scavando nella roccia erano pietre di marmo; oggi uno scultore si è
incaricato di collocarne alcune in zone importanti del campus. Il primo
progetto è stato lo studio dei movimenti di terra e soprattutto
dell'entrata al campus".
Benedetta
Tagliabue
Si
ringrazia il Benedetta Tagliabue per la concessione del diritto di utilizzo
del testo.
©copyright
dell'autore per i testi
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