Benedetta Tagliabue
PROGETTO PER LA NUOVA SEDE IUAV A VENEZIA

Pubblichiamo un estratto della conferenza tenuta da Benedetta Tagliabue Miralles allo IUAV(Istituto Universitario di Architettura di Venezia) nell'ambito del seminario sull'utopia "Avanguardie permanenti" organizzato dal Laboratorio di Progettazione Urbanistica-Prof.Stefano Boeri e dal Laboratorio di Allestimento espositivo- Facoltà di Design e Arti-Prof.Hans Ulrich Obrist, trascrizione a cura di Chiara Del Piccolo.
Archphoto ringrazia Alessandro Petti per la disponibilità a concedere la pubblicazione del testo.
Emanuele Piccardo


Mi fa piacere iniziare con un tema più che con un progetto. Il tema delle cose che si ripetono; quando alcune cose cominciano a ripetersi significa che esse sono importanti. Nel progetto di Venezia per l'università, come in moltissimi altri progetti, un tema che ritorna molto spesso è il tema del "riflesso" .
L'anno scorso per l'inaugurazione della stagione operistica del Teatro Nuovo
a Barcellona, abbiamo fatto una scenografia. Io credo che qui, in un luogo dove veramente la determinazione dell'architettura non è così forte perché in un'opera teatrale puoi inventare molto di più, il tema del riflesso sia venuto fuori con grande forza. Lo sfondo, con questo grandissimo dirigibile dove viene ospitato il protagonista dell'opera, è fatto di specchi, con l'intento di immettere nella scena, nel teatro il mondo del "riflesso", in modo da riuscire a rappresentare nella platea tutto quello che si trova nella macchina scenica, con il suo movimento di attori. Per cui il riflesso è doppio: il luogo in cui sta lo spettatore e allo stesso tempo il luogo dove sta l'attore, dove si muovono le macchine. L'intento è stato quello di cercare di metterli insieme, cercare di far partecipare l'uno dell'altro. Il riflesso, o "doppio", è anche in altre cose. Anche nella mostra che abbiamo allestito nel luglio 2001 alla Fondazione Mies van der Rohe a Barcellona, nel padiglione che era stato ricostruito per l'esposizione del '29. Esporre nel padiglione di Mies è difficile perché non è un luogo in cui si possano appendere quadri o dove si possano cambiare gli spazi. Lo spazio è molto forte e bisogna riuscire ad introdursi con un dialogo molto delicato nei confronti dell'architettura di Mies. Abbiamo cercato di inserire il progetto per il Parlamento di Scozia attraverso due elementi, uno all'esterno e uno all'interno del padiglione. Si tratta di due croci. All'inizio lo schizzo era proprio quello di una croce dentro e di una fuori che riprendevano il tema narrativo dei pilastri cruciformi del padiglione progettato da Mies. La croce all'interno è quasi trasparente; poggia su un tappeto, sostituito all'originale del padiglione. All'esterno, invece, questa croce si trasforma in un elemento chiuso, all'interno del quale possono scorrere delle immagini di tutto il progetto. È quindi una grande scatola che si avvicina al pilastro del padiglione. In essa ci sono dei fori attraverso i quali si guarda l'interno della scatola dove sono proiettati i disegni per il Parlamento. Nel prato abbiamo messo degli elementi creati per sedersi, che divengono parte del paesaggio.
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Evidentemente quello del riflesso è un tema che ritorna, un tema che ci ha già interessato nella prima mostra che abbiamo fatto a Venezia. In quell'occasione abbiamo cercato di portare tutti i nostri progetti alla Fondazione Masieri attraverso un viaggio con le barche sul Canal Grande. È stato interessante vedere come quei disegni, elementi estranei che provenivano da Barcellona e che rappresentavano i progetti per altri luoghi d'Europa, si fondevano straordinariamente e finivano per ricevere il riflesso della città e della sua immagine al di sopra della loro superficie, come un gioco. È questo il tema per Venezia, così come la intendiamo noi. Venezia è una città così difficile da trasferire. La realtà di Venezia è una realtà del "doppio": ha un mare al di sotto e un cielo al di sopra. La sua terra è un artificio, un'invenzione, qualcosa che non c'è. È questa sensazione di riavere il doppio del mare e della terra che forma la città in sé. Questa è l'immagine che abbiamo usato per presentare il progetto per il cimitero di Venezia. L'immagine del doppio ci ha fatto riflettere e giocare con questo binomio cielo-terra. Il nostro motto per il concorso dell'università di Venezia è stato: "Per tetto il cielo, per pavimento il mare". All'inizio abbiamo cominciato disegnando nulla di concreto, ma prendendo disegni di costellazioni e mappe della laguna e sovrapponendoli. Abbiamo passato la prima parte del concorso facendo queste cose, senza sapere dove saremmo andati a finire. Queste cose credo siano importantissime perché rimarranno l'impulso che genera il progetto vero e proprio. Arrivi sul luogo e guardi verso l'acqua, poi alzi gli occhi e ti rendi conto che davanti a te sorge questo mostro, il retro dei magazzini frigoriferi. Questo punto racconta molte cose. Ti racconta della scala della città e della scala completamente diversa di un pezzo di industria che si affaccia a Venezia in questo momento. L'importante era cercare di riconvertire questo posto; prima di sapere cosa sarebbe stato il progetto sapevamo che volevamo lavorare sul perimetro perché esso raccontava la storia dell'edificio con cui dovevamo avere a che fare, la storia dell'area e la difficoltà di tornare in quel sito e ritrasformare quel pezzo di Venezia. Visto dall'altro lato, l'affaccio dei magazzini frigoriferi sulla Giudecca è tutta un'altra cosa, un altro respiro, da lontano è veramente un altro ambiente. Importante per il progetto era sapere che volevamo che questa parte di Venezia, che ormai era diventata una Venezia industriale, si ricollegasse con tutto il resto e riuscisse a ritornare in contatto, in comunicazione con gli spazi circostanti. Il disegno in questo progetto è stato lasciato come ultima fase. Abbiamo iniziato giocando con collage, ritagli.Volevamo formare uno spazio aperto all'interno del magazzino, uno spazio aperto intorno al cuore dell'edificio e risistemare cercando di trovare un modo per toccare il "terreno" di Venezia. Volevamo vedere la metamorfosi dell'edificio che da magazzino di pesce e alimenti diventava magazzino di gente, persone che imparano il sapere.
Contemporaneamente al progetto di Venezia lavoravamo anche su altri progetti che, come quello di Venezia, avevano a che fare con la storia, con una città storica e che presentavano il problema e la difficoltà di atterrare in un luogo con caratteristiche fortissime. Nel centro della città di Venezia , dovevamo attuare una serie di antiche case, vicinissime al duomo con la sua alta torre. Il nostro proposito era quello di dialogare con queste vecchie case, alcune accettarle, altre no. Abbiamo per esempio fatto abbattere un edificio degli anni trenta che sorgeva in quel posto e abbiamo creato una nuova piazza che ha fatto sì che la facciata dell'edificio diventasse quello che prima era il retro, cambiando in questo modo l'entrata, l'accesso all'edificio. La facciata risulta quasi un Frankestein. Le vecchie cornici degli edifici abbattuti sono state riadattate a elementi decorativi intorno alle finestre nuove, divenendo in questo modo l'elemento di entrata e di accoglienza dell'edificio. Queste cornici, essendo danneggiate, sono quasi diventate come dei reperti romani. La nuova entrata è sulla piazza; un ponte, una rampa e una scala indicano il nuovo accesso.
Nella seconda fase del progetto per l'università di Venezia è stato fatto un salto molto importante. Un salto che permetteva di superare la difficoltà di arrivare a Venezia e di progettare giocando sulla metamorfosi del suo perimetro e pensare, invece, molto di più su come atterrare sulla città. È qui che è apparso l'elemento importantissimo della scalinata che ha permesso all'interno dell'edificio di diventare come una topografia. Quello di cui avevamo bisogno era proprio una scala, delineata da delle linee che si ripiegano e ci ricordano come gli edifici di Venezia che ci piacciono di più, le chiese, arrivano a toccare la terra (questa terra così speciale, per il fatto di essere una terra artificiale) proprio attraverso una scala. Sembra quasi che le scale facciano atterrare l'edificio dal cielo invece che farlo emergere dalla terra. L'edificio è diventato fondamentalmente una pianta bassa, fatta come una topografia.
La vera densità dell'edificio è al piano superiore. Al piano terra c'è l'apertura mentre il piano superiore è in grado di riportare ad una compattezza, date dalle aule che appaiono come dei magazzini, tutte uguali e ordinate. La luce delle aule proviene esclusivamente dal cielo, una luce delicata. In questo modo la pianta bassa dell'edificio, totalmente aperta, apre verso la città, mentre una volta che si è dentro le aule la concentrazione è massima, non c'è la possibilità di guardare fuori dalla finestra. L'idea dei lucernari nelle aule che non hanno finestre viene da diverse riflessioni su Venezia fatte anche negli anni scorsi con Enrique Miralles, tenendo presente in primo luogo il progetto di Le Corbusier per l'ospedale di Venezia, questo edificio assolutamente mitico, il più importante che si sia fatto a Venezia in questi anni, anche se non realizzato. La sezione dell'edificio è assolutamente aperta, aerea in basso, in contrasto con la parte superiore. L'edificio ha la possibilità di far passare la gente al piano di sotto. Movimento e trasparenza verso la città in basso, grande concentrazione in alto. Nell'ultima versione dell'edificio c'è un elemento che rompe geometricamente lo schema delle aule: una grande aula che permetterà uno spazio espositivo all'ultimo piano, con la visione sul pianerottolo. L'auditorium ha la caratteristica di essere aperto alla città e di essere quasi parte della scalinata esterna che guarda verso la Giudecca. Una facciata in vetro di Murano chiude l'edificio verso il Canale della Giudecca. L'introduzione in facciata di questi vetri di Murano deriva dalla volontà di trasferirvi degli elementi che richiamano i pezzi di vetro che non vengono più utilizzati nelle vetrerie di Murano. Questi pezzi di scarto rimangono come delle pietre e alla fine vengono disposte ordinatamente, separate da legno. Il "sasso inutile", il cui destino è quello di essere buttato via, diviene qui elemento decorativo forte. Così come i pezzi di vetro sbagliati venivano separati e ordinati in base al colore, così anche nella facciata dell'edificio i vetri sono separati, incorniciati uno a uno, a richiamare la sorte toccata ai "sassi" di Murano".

... STUDIO MIRALLES

"Nel 1998 ho lavorato a due progetti. Lavoravo sul progetto di Venezia e allo stesso tempo lavoravo sul progetto per il Campus universitario di Vigo. Era divertente per me confrontare le riflessioni che facevamo su due tavoli diversi e vedere come il progetto di Venezia entrava nel progetto di Vigo e come il progetto di Vigo allo stesso tempo entrava in quello di Venezia.
Quello di Venezia era un progetto che aveva a che vedere con l'acqua e con i riflessi; quello di Vigo era un progetto che aveva a che vedere con un grande scavo. Due cose completamente opposte potevano, in realtà, influenzarsi tra loro. Prima di entrare nel progetto esecutivo, abbiamo dovuto capire come funzionava la sezione della montagna. Nella parte di roccia volevamo sistemare le fondazioni dell'edificio e contemporaneamente fare in modo che questa parte di roccia fosse parte degli edifici stessi. Nel progetto di Vigo una parte importante è stata quella dell'organizzazione dell'urbanizzazione, prima ancora di quella degli edifici. Il progetto era costituito da alcuni edifici esistenti che erano stati costruiti senza una grande pianificazione urbana e bisognava, perciò, cercare di mettere insieme tutti questi pezzi di architettura. Il primo progetto per il campus è stato quindi quello della riorganizzazione degli edifici circostanti e soprattutto dei percorsi interni.
Non era una zona piana, ma una zona con una forte pendenza, per cui tutto il progetto si risolve attraverso questi movimenti di scale che scendono e salgono. Abbiamo paragonato queste scale a quelle del progetto per l'università di Venezia, quasi a voler utopicamente accomunare gli studenti seduti a Venezia con quelli di Vigo, seduti sulle gradinate durante i momenti di pausa. L'idea della scalinata a Vigo è un'utopia, visto il clima freddo e piovoso del luogo, che non permetterà di sedersi all'aperto sulla scalinata e godere del panorama che in pochi giorni all'anno. L'edificio di Vigo è molto più piccolo rispetto a quello di Venezia, circa un quinto, ma l'idea di spostare gli studenti al piano superiore e far sì che il paesaggio possa proseguire, passando sotto l'edificio, è praticamente la stessa. In uno dei primissimi schizzi per il progetto si capisce già l'idea di sollevare l'edificio e farlo scendere attraverso una scala, oppure costruire dentro la montagna. Volevamo costruire sopra o dentro la roccia. Sopra perché la qualità di questo luogo è la vista del paesaggio: la montagna è sempre presente attraverso una qualsiasi visuale. Sollevando l'edificio sarebbe stato possibile inquadrare il paesaggio circostante come per mezzo di una cornice.
Gli edifici circostanti principali sono un centro commerciale. Al centro c'è un lotto destinato alla piazza che dovrà avere, nella pavimentazione, un carattere molto artigianale. Pensiamo di realizzare questo progetto della piazza dirigendo i lavori in loco, perché la piazza è enorme e il progetto di pavimentazione si prospetta difficile. I tre edifici devono aiutare quelli circostanti ad offrire un luogo pubblico agli studenti: ci saranno quindi luoghi in cui mangiare, cinema, negozi, teatro.
L'intenzione del progetto era quella di alzare il livello di percorso per gli studenti, creando una specie di corridoio coperto, in modo tale da eliminare la vista degli edifici e privilegiare quella dell'orizzonte in lontananza.
L'area di attuazione del progetto era inizialmente un'area boschiva. La visione che, invece, avemmo noi, una volta giunti sul luogo, fu quella di una zona disboscata. Di conseguenza, uno dei grandi sforzi iniziali fu quello, da parte nostra, di far riforestare la zona.
Lavorare con curve di livello che variano anche di trenta metri rendeva il progetto più arduo. Il primo plastico fatto fu quello della montagna, con lo scopo di analizzare le pendenze. In quest'area erano presenti già altri edifici: quello di biologia, la facoltà di economia, la biblioteca del campus. C'era un limite al progetto, dato dalla parte archeologica oltre la quale non si poteva costruire. Decidemmo di collocarlo ad una quota di circa 460m; 462m la quota destinata al centro commerciale e 467m quella del tetto, ossia del punto più alto della costruzione.
I nostri clienti tra Venezia e Vigo erano molto diversi. Il rettore dello IUAV viaggiava spessissimo, veniva a trovarci e noi andavamo a trovare lui, mentre quello di Vigo era molto assente. Nel progetto di Vigo il cliente cercava di separare i due preventivi, quello per l'urbanizzazione e quello per la costruzione degli edifici. L'urbanizzazione era una parte molto importante del progetto, ma a questa erano stati destinati molti meno soldi di quelli stabiliti per gli edifici. Per questo motivo la maggior parte delle discussioni iniziali miravano a far capire al cliente che si trattava di un unico progetto.
Il progetto ha necessitato di cinque mesi di scavi. Le pietre che si trovavano scavando nella roccia erano pietre di marmo; oggi uno scultore si è incaricato di collocarne alcune in zone importanti del campus. Il primo progetto è stato lo studio dei movimenti di terra e soprattutto dell'entrata al campus".
Benedetta Tagliabue


Si ringrazia il Benedetta Tagliabue per la concessione del diritto di utilizzo del testo.


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