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Si
delinea in certo cinema europeo a partire dagli anni '60 una sensibilità
verso la città intesa non solo come elemento scenico ma anche come
elemento dinamico all'interno del racconto.
Esiste un territorio che viene prima della storia, del racconto e coincide
con la definizione di un'identità e la connotazione di uno spazio.
Wenders fa dire al regista-protagonista de "Lo Stato delle Cose"
(Der Stand der Dinge, 1982) che prima di tutto esiste l'ambiente
(nello specifico Lisbona) ed i personaggi: la storia nasce dall'interazione
tra questi, che eleggono la loro vita quotidiana densa di passioni ed
ossessioni, a tema del film. E questo film è decisamente una pietra
miliare nella svolta linguistica del giovane cinema contemporaneo.
Così, se penso a Rohmer ed ai suoi "Racconti Morali"
(Les Contes Moraux, 1962/1972), penso a figure in movimento tra
centro e periferia. Penso a scene girate in metropolitana, in autobus
od in automobile...
In Rohmer la città coincide decisamente con uno stato dell'anima.
I suoi film sono permeati da questa dialettica interno-esterno, centro-periferia,
città-campagna,
che si situa tra la dimensione morale e soggettiva, legata alla vicenda
del personaggio, e la realtà temporale del racconto.
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In
"L'amore, il pomeriggio" (L'amour, l'après-midi,1972)
il protagonista, nel monologo interiore che accompagna tutta la durata
del film, vede la città come il luogo in cui si è veramente
liberi con sé stessi perché si è circondati da sconosciuti
in un contesto che offre una pluralità di scelte possibili. Il
suo lavoro gli permette di essere libero quando gli altri lavorano (il
pomeriggio), e quindi anche di gestire il rapporto con una compagna di
gioventù come una realtà sentimentale parallela a quella
del suo matrimonio, relazione di cui in qualche modo la città è
complice.
Si tratta di un terreno neutro in cui tutto è possibile e la diversità
ne è la connotazione più lampante.
I suoi film sono fatti di luoghi ed ancora prima di nomi, che vengono
a costituire i poli di precise geometrie.
Anche ne "Le notti della luna piena" (Les Nuits de la Pleine
Lune, 1984) la città è vista come lo spazio che legittima
la trasgressione e mette l'individuo di fronte alla propria libertà.
E' lo spazio dove il caso può giocare la sua parte, dove incontrarsi
e ri-incontrarsi tra la folla alimenta il meccanismo del racconto e della
riflessione. La metropoli si contrappone alla campagna vista come luogo
dell'evocazione, dell'epifania, della grazia risolutoria ( "Il Raggio
Verde", Le Rayon Vert, 1986, "Reinette e Mirabelle"
Quatre Adventures de Reinette et Mirabelle, 1986).
Il cinema molto "parlato" di Rohmer è fatto di interni
e gli esterni sono i luoghi anonimi del bar, del ristorante o del negozio.
La riflessione ed il dialogo dell'interno, che costituiscono una sorta
di sospensione del tempo narrativo e danno spazio alla speculazione filosofico-esistenziale
(il registro "letterario" di Rohmer) sono posti a confronto
con lo scorrere del tempo, della vita e degli accadimenti "reali"
una volta all'esterno.
Un altro regista del caso è Kieslowski che gli ha dedicato proprio
uno dei suoi primi è più rivoluzionari film (Il Caso, Przypadek,
1981). Qui il fatto che il protagonista riuscisse a prendere o meno un
treno in partenza dava luogo a tre diverse evoluzioni del film. Ne "Il
Decalogo"(Dekalog, 1989) il presupposto iniziale dell'indagine
morale è una partita a dadi col caso.
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I prospetti seriali ed ossessivi dei quartieri popolari di Varsavia caratterizzano
quello che nel Decalogo è uno sfondo anonimo per l'esistenza di
personaggi che sono "persone qualunque" poste dinanzi ad un
destino ineluttabile.
Qui alla naturalezza "illuminista" di Rohmer si contrappone
una struttura filmica fatta di inquadrature particolarmente drammatiche
e da, addirittura, un "progetto del colore" che attraverso l'utilizzo
di filtri verdi restituisce un paesaggio atono, cromaticamente saturo
con toni che variano dal seppia al cartazzucchero.
La città di Kieslowski è una città artificialmente
resa specchio dell'anima polacca: è cupa, fredda, senza speranza.
Il destino dell'uomo è deciso senza possibilità di appello.
In "Non desiderare la donna d'altri" l'interno è lo spazio
del desiderio rivolto verso un altro interno, o meglio un'altra interiorità
vista attraverso la lente aberrante di un cannocchiale, dietro una di
quelle mille finestre che sono disseminate a tappeto sullo sfondo.
Gli edifici sono degli astratti contenitori di esistenze.
Da una finestra all'altra la storia è raccontata prima dalla prospettiva
di chi ama e dopo da quella di chi è amato.
I due personaggi vivono di questo rapporto biunivoco e le sole scene girate
in esterno sono quelle all'ufficio postale, per la strada o nei negozi.
La strada e la folla sono sempre la materializzazione del caso.
Le strade di Berlino sono il mondo degli uomini sognato dagli angeli di
Wenders; le sequenze dall'alto ne "Il Cielo sopra Berlino" (Der
Himmel uber Berlin, 1987) sembra abbiano il presupposto e la presunzione
di entrare dentro ogni casa e raccontare la contemporaneità dei
drammi umani, come una specie di rappresentazione multiprospettica.
Nella poetica dei suoi primi film tutto era "nel corso del tempo".
In questo caso si trattava proprio di voler rendere la strada il vero
scenario del cinema, ed i film on the road sono dichiaratamente i riferimenti
per eccellenza. Ne "Il Cielo sopra Berlino" come anche ne "Lo
stato delle cose" e "Lisbon Story" (Lisbon Story,1994)
lo spazio urbano diventa lo sfondo che strutturalmente permette alla storia
di essere raccontata.
E' un cinema "nomade" che tenta di cogliere i segni del tempo
e della storia in una disperata ricerca dell'ubiquità, nel tentativo
di registrare e legittimare ogni aspetto della realtà.
Forse si può affermare che un film, costitutivamente, è
sempre un viaggio in una città, a prescindere dalla specificità
del luogo in cui è ambientato. Infatti la logica interna alla morfogenesi
della città è omologa alla tecnica del cinema.
La città come luogo della modernità è un elemento
che emancipa il racconto cinematografico dalla letteratura e dal romanzo,
una matrice di costruzione e giustapposizione spazio-temporale come il
montaggio.
Luca
Mori
2002
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