Wim Wenders
THE URBAN LANDSCAPE 3


A New York abitai per un periodo in un appartamento con vista sul Central Park. Tutte le volte che uscivo dal palazzo vedevo davanti a me un grande macigno di roccia, ai margini del parco, che a seconda del tempo cambiava colore. Era un frammento dello strato di granito su cui è costruita l'intera città. Ogni volta che gettavo uno sguardo sul masso ne traevo una sensazione di equilibrio: era molto più antico della città intorno a me, era robusto e mi dava sicurezza perché stranamente mi sentivo legato a lui. Ricordo una volta di avergli rivolto un sorriso, come a un amico: irradiava su di me una sorta di quiete, mi rendeva più calmo. La città in cui ora vivo poggia su un vastissimo strato di sabbía, dal colore molto chiaro; e di tanto in tanto la si vede, sia pur in un cantiere. Anche questa sabbia risveglia in me un senso di comunanza, addirittura di sicurezza, perché mi indica il luogo in cui mi trovo. Ovviamente anche gli edifici lo fanno, ma in maniera diversa. Berlino è una città particolare, perché durante la guerra ha subito lacerazioni devastanti, che la successiva divisione della città non ha certo guarito.

Berlino ha molte superfici libere. Si vedono case con pareti interamente vuote perché la casa a fianco non è stata ricostruita dopo il bombardamento. Gli sconfortanti muri laterali di questi palazzi sono chiamati pareti frangifuoco, e non esistono altrove. Sono come ferite, e a me la città piace per le sue ferite, che mi raccontano la sua storia molto meglio di qualsiasi libro o documento. Durante le riprese del Cielo sopra Berlino, mi accorsi che andavo sempre alla ricerca di queste superfici vuote, di queste terre di nessuno, perché avevo l'impressione che questa città potesse essere rappresentata molto meglio dalle zone vuote che da quelle occupate.

Quando c'è troppo da vedere, quando un'immagine è troppo piena o quando le immagini sono troppe non si vede più niente. Dal troppo si passa molto presto al nulla, come certo sapete. E conoscete anche un altro effetto: quando un'immagine è spoglia, povera, può risultare talmente espressiva da soddisfare interamente l'osservatore, e così dal vuoto si passa alla pienezza. Un cíneasta è continuamente alle prese con questi problemi nella preparazíone di ogni ripresa. E deve fare in modo di non lasciare nell'ímmagine ciò che intende catturare e mostrare al pubblico, perché tutto ciò che deve essere mostrato, e che l'immagine deve contenere, trova spiegazione in ciò che ne resta aldifuori.

A Berlino, dove io vivo, sono proprio gli spazi vuoti a consentire agli uomíni di farsi un'immagine della città. Non solo perché permettono di abbracciare con lo sguardo intere superfici (a volte anche fino all'orizzonte, cosa di per sé piacevole in una città); bensì perché attraverso queste falle si può vedere il tempo che, in termini generali, è l'elemento che scandisce la storia.

Quanto al cinema si possono fare considerazioni analoghe. Esistono film che sono come spazi chiusi: non lasciano il minimo spazio vuoto tra le singole immagini, non permettono di vedere ciò che è rimasto 'fuori' dal film, non consentono agli occhi e ai pensieri di muoversi liberamente. In questo genere di choc visivi lo spettatore non può riversare nulla di proprio, nessun sentírnento, nessuna esperienza. E si esce dal cinema con un senso di delusione. Solo i film che lasciano spazi vuoti tra le immagini raccontano una storia, ne sono convinto, perché una storia si produce anzitutto nella testa dello spettatore o dell'ascoltatore. E gli altri film, quelli a sistema chiuso, fingono soltanto di raccontare una vicenda. Seguono la ricetta della narrazione, ma usando ingredienti senza gusto.

Le città non raccontano storie, ma possono comunicarci qualcosa sulla Storia; possono conservare e mostrare la loro storia, renderla visibile oppure nasconderla. Possono aprire gli occhi, come succede nei film, o chiuderli. Possono divorare o nutrire la fantasia.

Tokyo, contrariamente a ciò che sostengono molti, è a mio avviso una città aperta; che offre qualcosa, non ruba soltanto. Ammetto che abbia una spiccata tendenza a frastornare e ad assalire i suoi cittadini. Ma stranamente, dietro ogni angolo di strada si può scoprire uno spazio verde; dalla giungla roboante si passa a zone calme, delicate, pacifiche. Dietro ogni grattacielo si nascondono viali alberati con file di case basse, giardini, uccelli, gatti, insomma pace. Oppure si scopre un cimitero che, diversamente da quelli europei o americani, è un luogo abitato, vivo. 0 un tempio che, contrariamente alle chiese che conosciamo noi, è molto accogliente e non ti fa sentire un intruso se non sei credente. Tokyo è un sistema di isole. Ovviamente, queste isole dovrebbero essere conservate, e stanno via via scomparendo. Come ho già detto, tutto ciò che è piccolo scompare.

Ma se perderemo tutto ciò che è piccolo smarriremo anche la nostra capacità di orientarci, cadremo vittima delle grandi dimensioni, di ciò che è inafferrabile, onnipotente.

Dobbiamo batterci per conservare tutto ciò che è di piccole dimensioni, che conferisce alle grandi cose una visuale, una prospettiva. Nella storia del cinema, i piccoli film sono stati la culla della creatività, hanno prodotto idee nuove, contenuti inusuali, storie più umane, più vere. I piccoli film sono sempre stati i serbatoi del sapere. In una città, tutto ciò che è piccolo, vuoto, aperto è una sorta di batteria che ci permette di ricaricarci contro lo strapotere dei grandi complessi.

Io non sono un avversario dei grandi edifici, al contrario, mi piacciono. Adoro i monoliti, i grattacielí. Ma al contempo li trovo sopportabili, e abitabili, a condizione che siano circondati da viali alberati con negozietti, caffè, insomma che si possa incontrare un'alternativa. Nessun'altra città offre i due elementi come fa Tokyo.

Quando a Parigi abbatterono le Halles, seguii quello spettacolo con rabbia e dolore. Per anni non rimase che un immenso buco, rimpiazzato poi da un immenso sistema sotterraneo con negozi e boutique che aveva comunque i tratti della precedente voragine. Quando a Tokyo verrà abbattuto il Golden Gai per fare spazio a una costruzione più grande, piangerò di nuovo, perché la città ne uscirà impoverita.

Non vorrei essere frainteso. lo non sono ostile alla costruzione di nuovi edifici, alla modifica dell'aspetto urbano. Ad esempio, se come regista affermassi che ogni nuovo film contribuisce soltanto all'inflazione di immagini, parlerei contro me stesso. No, la rinuncia non può essere una soluzione. Ogni nuovo edificio può porsi come esempio di chiarezza costruttiva, può esprimere un nuovo standard di funzionalità e rigore estetico.

Ma voi che siete architetti dovete tener conto anche del fatto che il frutto del vostro lavoro può essere inficiato dall'ambiente che lo circonda, così come io devo tener presente che i miei film possono essere proiettati in un cinema che mostra immagini di violenza o pellicole porno. Un mio film in televisione rischia di essere martoriato da un continuo cambio di programmi col telecomando. Non mi resta quindi che sperare nella capacità di ogni inquadratura, o per lo meno di ogni scena, di emanare quella calma e quella leggerezza che differenzia il film dai prodotti puramente commerciali.

Non dobbiamo lasciarci contagiare dalla spietata concorrenza che oggi regna tra le immagini, né cercare di catturare a ogni costo l'attenzione dello spettatore. Credo piuttosto che bisogna distanziarsi da questo genere di concorrenzialità. Si può dare il buon esempio solo rimanendo fedeli a se stessi, non inseguendo a ogni costo il trend.

Voi architetti siete creatori di edifici, e dovete seguirne la crescita dal primo schizzo fino alla consegna, così come un cineasta deve controllare e dare la propria impronta al film dal primo teatment, alla scelta dei luoghi di ripresa e del cast, al momento delle riprese, del montaggio, fino al punto in cui viene mostrato al pubblico. Un edificio e un film hanno molti aspetti in comune. Devono entrambi essere progettati, preparati e finanziati. Un edificio deve avere una solida struttura portante, così come un film possiede l'elemento portante di una storia. E deve mostrare uno stile plausíbile allo stesso modo di un film, che necessita di un suo complesso linguaggio. Voi dovete progettare un edificio abitabíle, accogliente; ma anche un film deve avere queste qualità.

Io amo le città, ma a volte è necessario lasciarle, osservarle da lontano per capirne i pregi. Il deserto offre il migliore distacco per osservare la vita urbana; conosco i deserti americani e australiani, dove ogni tanto ci si imbatte in qualche resto della civiltà: una casa, una strada in rovina, una linea ferroviaría dísmessa, anche un distributore di benzina abbandonato o un motel. In un certo senso si tratta di esperienze opposte a quelle che si fanno quando in città si penetra in uno spazio aperto. Una terra di nessuno all'intemo di una metropoli ha come prerogativa la presenza del paesaggio urbano tutt'intorno, e ce lo mostra in una prospettiva diversa, in un'altra luce. Mentre la comparsa nel deserto dei resti della civiltà rende il paesaggio ancora più vuoto.

Una volta, nel deserto del Mojave in California, vidi un cartello arrugginito, una sorta di reclame, molto lontano dalla strada. Era piantato nel nulla, e le sue grandi lettere sbiadite annunciavano: Western World Development: slots 410-460. Qualcuno doveva aver progettato proprio in quel lembo di deserto una città. Il paesaggio circostante era completamente arido, si vede va solo qualche sparuto cactus. Provai a immaginare lì una città: osservando quella distesa avevo quasi l'impressione che fosse effettivamente esistita, e soltanto scomparsa. Una cosa però non potevo ignorare: la regione era molto più antica di qualsiasi insediamento, quindi era anche inessenziale sapere se fosse o meno esistito un agglomerato urbano.

Alcuni anni dopo, in Australia, incontrai uomini che da quarantamila anni vivevano nel deserto come nomadi. Erano gli aborigeni, e credevano in qualcosa di essenziale: credevano di appartenere a quella regione, e si sentivano responsabili dei luoghi, ciascuno per una precisa zona. Erano effettivamente una parte del territorio. Il pensiero opposto, ovvero che qualcuno potesse possedere un pezzo di terra, era per loro inimmaginabile. Ai loro occhi, la terra era la proprietaria degli uomini, mai viceversa. La terra possedeva autorità. Forse tutti gli uomini del mondo, non solo gli aborigení, nascono con questa convinzione. Ma la nostra civiltà ha completamente estinto o rimosso l'idea dell'appartenenza alla terra, e le immagini urbane ne sono la riprova. Le città hanno reso invisibile la terra, quasi per nascondere i loro sensi di colpa.

La roccia di New York o la sabbia di Berlino sono dei moníti. In molte città non è più possibile toccare la terra, sentire la durezza della pietra. Se un aborigeno dovesse vivere in una città simile morirebbe. Le città sono così piene di ogni genere di cose che hanno cancellato l'essenziale, vale a dire che sono vuote. Il deserto al contrario è così vuoto che è straboccante di essenziale.

E per concludere il mio discorso vorrei pregarvi di considerare il vostro lavoro anche come creazione di luoghi futuri per i bambini. Le città e i paesaggi andranno a forgiare il loro mondo di immagini e desideri. E vorrei anche che provaste a considerare ciò che per definizione è l'esatto contrario del vostro lavoro: voi infatti non dovete solo costruire edifici, bensì creare spazi liberi per conservare il vuoto, affinché la sovrabbondanza non ci accechi, e il vuoto giovi al nostro ristoro.

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