Fabio Parolin_La regola e il modello

Parolin
Ambrogio Lorenzetti, Cattivo Governo

Cogliere l’invito di Françoise Choay, nel tentare di andar più lontano e di non rinchiudersi nella lettura tradizionale che consacra il De re edificatoria di Leon Battista Alberti, lo ritengo all’oggi un atto doveroso, all’orizzonte della crisi di civilizzazione che stiamo vivendo. Gli si può riconoscere un significato altro, rispetto alla consacrata lettura tradizionale di trattato disciplinare che confina l’interesse in un campo professionale, che si adoperi a far convergere simultaneamente discipline di organizzazione dello spazio in una dimensione nuova. La studiosa vuole dimostrare che il De re aedificatoria può essere letto oggi, e lo richiede, nel quadro della globalizzazione, come un vibrante e pertinente avviso, fino ad ora incompreso e in-ascoltabile (1). Basandosi su questa lettura, l’autrice seleziona alcune particolarità del testo a partir dal titolo De re aedificatoria dell’Alberti e non De architectura come scrive Vitruvio. Alberti sfugge al termine architectura, egli è ostile alla terminologia di origine greca, non intitola il suo libro nemmeno De aedificatione, quasi sinonimo, utilizzato da Vitruvio, e che lui stesso utilizza all’interno della sua opera.

Choay ricorda che Cicerone utilizza il termine aedificator per designare l’architetto del mondo. Gli autori medievali applicano aedificatorius alle creazioni divine, allora appare evidente che Alberti, utilizzando l’aggettivo aedificatorius, derivato del sostantivo aedificator, mette in risalto l’importanza e il valore dell’atto dell’uomo che edifica (2). Si chiarisce ancor più quando al termine aedificator applica il sostantivo res, la cosa, situata nel corpo del diritto canonico, di cui Alberti era specialista, che prende l’accezione di “questione”.

L’autrice trae dall’inventario del campo relativo all’edificazione del prologo e scrive: « Il campo dell’edificazione abbraccia indistintamente tutti i modi di occupazione tridimensionale dello spazio, a qualsiasi scala, che si tratti di edificare una dimora, di costruire una città o di organizzare uno spazio rurale. “Se è vero il detto dei filosofi, che la città è come una grande casa, e la casa a sua volta è una piccola città, non si avrà torto sostenendo che le membra di una casa sono esse stesse piccole abitazioni”, precisa Alberti in una formula celebre […] annunciata di nuovo quattro secoli più tardi, in termini pressoché identici, dal primo teorico dell’urbanistica, Ildelfonso Cerdà (3).
La regola e il modello aspira ad essere un’opera “d’archeologia del sapere” nella quale la teoria dell’edificazione del mondo costruito tenta d’esser spiegata e sostenuta da due forme di testo i cui archetipi sono il De re aedificatoria di Leon Battista Alberti e Utopia di Tommaso Moro. Per Lewis Mumford, Moro “gettò le fondamenta” (4) del suo Stato immaginario: Utopia era il ponte di congiunzione tra il vecchio ordine del Medioevo e i nuovi interessi del Rinascimento; evoca interrogativi sulla dimensione narcisistica che la cultura occidentale fa propria dopo il Rinascimento.
William Morris trae linfa da Mumford, ciò è evidente dall’impostazione generale della sua utopia, dalla quale si deducono importanti considerazioni sui problemi urbanistici ed ecologici derivanti dallo sviluppo industriale capitalistico, sul rapporto città-campagna, sulla trasformazione teorica e pratica dell’arte, sullo sviluppo generale autodeterminato della società, che in termini più recenti si definirebbe autogestione. Questi contenuti dell’utopia chiariscono ulteriormente l’influenza esercitata nell’ambito del movimento socialista dal pensiero di Morris e la sua attualità nel mondo contemporaneo. (5)

Entrando nel merito dei sei capitoli che compongono La regola e il modello si può osservare come ciascuno di essi, oltre alla posizione che occupa nell’economia strutturale del testo, sviluppi anche un argomento autonomo che si presenta a suo modo come un libro in se compiuto.
In particolare il primo capitolo è ricco di spunti alla riflessione per l’originalità e la differenza dei testi; e ancora le intuizioni e le osservazioni aprono a nuove investigazioni storico-critiche.
In questo senso Choay individua due tipologie di testi, i testi realizzatori che considerano gli insediamenti umani come progetto da realizzare, e testi commentatori che diventano argomenti di ragionamento privilegiando immaginazione, passione e riflessione;essi rappresentano un importante contributo all’elaborazione del mondo edificato. Cinque caratteri definiscono il trattato d’architettura da cui Alberti creò il genere: è un libro presentato come una totalità organizzata; è firmato e scritto in prima persona; ha procedimento autonomo e non si considera subordinato ad un’altra disciplina o tradizione; elabora principi universali e regole genetiche che permettono la creazione, non la trasmissione di progetti o ricette. Questi principi e regole sono destinati a generare ed a coprire l’intero campo dell’edificazione, dalla casa alla città, dalla costruzione all’architettura. Choay esamina la presenza o meno di tali caratteri nei diversi testi sull’architettura e sulla città, dalla limitata letteratura greca, dedicata alla riflessione e produzione dello spazio edificato occasionale, e sempre subordinata ad un campo speculativo estraneo a quello del costruito. Ciò deriva dal fatto che per tradizione la polis è una comunità d’individui prima di essere uno spazio. La filosofa, inoltre, legittima la fierezza di Vitruvio nel compimento del De architectura, impresa che è effettivamente la prima nel mondo greco-latino, ma ribadisce pure che egli non gioca il ruolo sovrano di chi concepisce, ma quello di colui che raccoglie e trasmette il sapere. La regola e il modello richiama i principali trattati indiani e la ricca letteratura di commentari che i paesi islamici hanno dedicato allo spazio ed alla città, evidenziando che la cultura urbana dell’Islam non ha prodotto alcun testo realizzatore di spazio. Nemmeno il Medio Evo, presenta un testo in grado d’esser confrontato ad un trattato d’architettura del Rinascimento.

Congegna, nello stesso modo in cui utilizza i caratteri che definiscono il trattato d’architettura dell’Alberti, una definizione schematica dell’utopia utilizzando il libro di Tommaso Moro. Utopia viene definita da sette caratteri distintivi: è un libro firmato; un soggetto vi si esprime nella prima persona singolare, l’autore stesso e/o il suo alterego, visitatore e testimone dell’utopia; si presenta sotto forma di un racconto nel quale è inserita, al presente dell’indicativo, la descrizione di una società modello. Essa si oppone ad una società storica reale la cui critica è indissociabile dalla descrizione-elaborazione dell’altra; la società modello ha per supporto uno spazio modello che ne è parte integrante e necessario; la società modello è situata al di fuori dal nostro sistema di coordinate spazio-temporali, altrove; essa è estranea agli effetti della durata e del cambiamento.
Nessun autore prima di Moro ha scritto un testo che presenta i sette tratti distintivi della categoria di cui è il creatore. Perciò dopo l‘apparizione di Utopia si pone il problema della discriminazione tra vere e false utopie, suscitando un gran numero di varianti ed alterazioni che dissociano i tratti e li ricombinano in tutti i modi possibili.

Molti sono i testi commentatori e l’autrice coglie due categorie: la prima raggruppa gli scritti che definiscono la città e gli edifici in modo oggettivo e la seconda che raccoglie i testi che esprimono giudizi ed apprezzamenti sul mondo edificato. E’ evidente l’artificiosità di questa classificazione prendendo in considerazione per esempio le testimonianze di Balzac ed Engels sulla città del XIX secolo. Questi testi chiamati commentatori legati ai testi instauratori non si possono minimizzare. Essi portano un notevole contributo alle teorie urbanistiche, basti pensare alla difesa dell’opera urbana della cultura tradizionale di Balzac che per primo si oppone al prodotto della società industriale, ponendo per la prima volta agli esperti il problema della conservazione degli antichi quartieri. E ancora le inchieste di Engels su Manchester e le città industriali dell’Inghilterra vittoriana, non sono meno precise, benchè ispirate dall’ideologia opposta che spinge il loro autore a rompere definitivamente col mondo pacifico della società preindustriale, orientandosi verso la rivoluzione comunista, ponendo la questione sociale dell’alloggio allora ignorata dagli ambienti professionali.
Marx, invece, afferma che la città non è da valutare in quanto modello urbanistico, non si trova nei suoi scritti nessuna nostalgia di un tipo urbano, ma come simbolo della fiducia che si deve conferire allo spazio per dirigere il progetto, continuamente rinnovato e innovatore, attraverso il cui dispiegamento l’uomo si costruisce snaturando la terra. Affermando che la città industriale è superiore a tutte le forme di aggregazione urbana che l’hanno preceduta nello spazio e nel tempo.

L’intento dell’autrice è stato quello di plasmare un capitolo che contribuisca a precisare la categoria classificatoria entro cui questo libro s’inscrive, un testo riguardante gli scritti dedicati allo spazio edificato e alla città, definendolo commentatore ma di secondo grado. L’opera dell’Alberti, oltre alle regole dell’edificazione, genera considerazioni su oggetti eterogenei: spiega formazione dei venti, s’interroga sulla funzione degli astri nella vita dell’uomo, medita sulle differenze che oppongono proprietario terriero e mercante urbano analizzando l’istituto della famiglia mononucleare.
Non c’è nulla di lasciato al caso neppure quando pare confondere norme teoriche e ricette pratiche, egli mette sullo stesso piano le regole universali della costruzione e quelle utili ad evitare che gli intonaci si spacchino. Alberti spiega dettagliatamente come calcolare le proporzioni della colonna, ma anche come mischiare la calce e l’urina umana per fare il pavimento di una colombaia capace di attirare infallibilmente i piccioni. L’urbanista francese fa notare che l’importanza attribuita da Alberti alla storia e al passato non è sintomo di affezione alla tradizione, ma parte integrante di una visione in avanti e di un indirizzo innovativo. Ritengo utile, a questo punto, menzionare l’approccio territorialista di Alberto Magnaghi e della scuola di Firenze, la quale evidenzia come i problemi della sostenibilità dello sviluppo mettano in primo piano la valorizzazione del patrimonio territoriale, nelle sue componenti ambientali, urbanistiche, culturali e sociali, intese come elemento fondamentale per la produzione durevole di ricchezza.

Il territorio viene concepito come prodotto storico di processi co-evolutivi di lunga durata tra insediamento umano e ambiente, tra natura e cultura, per opera di successivi e stratificati cicli di civilizzazione. Questi processi producono un insieme di luoghi dotati di profondità temporale, identità, caratteri tipologici, e individualità; ovvero schemi viventi ad alta complessità.
L’attenzione di Magnaghi si dispiega nei campi dell’interpretazione, descrizione e rappresentazione dei luoghi (6): la necessità di costruire progressivamente una “descrizione densa” dei luoghi, delle società e dei milieu locali, stratificata e vicina ai mondi della vita, impone un dislocamento continuo del punto di vista, un nomadismo transdisciplinare dell’osservazione e della lettura. L’incorporamento dello sguardo interpretativo nella “struttura dei sentimenti” dei luoghi e dei territori e la rappresentazione dell’identità dei luoghi stessi implica la costruzione di un sistema complesso di trasmissione di conoscenze territoriali, articolato su tutto lo spettro delle forme e dei mezzi di descrizione, raffigurazione, comunicazione e racconto (7).

Ancora Magnaghi, nella presentazione dell’ultimo libro di F.Choay, Del destino della città, evidenzia come i messaggi culturali e operativi della studiosa, contenuti nei saggi del libro, possono aiutare oggi gli urbanisti e gli architetti che operano quotidianamente nel territorio, con i più diversi strumenti e alle diverse scale di intervento, alla ricostruzione dei luoghi dell’abitare. Dall’attualità dell’utopia all’attualità della trattatistica, dall’interpretazione dinamica, vitale e “vivante” del patrimonio, affermando con coraggio il legame fra “violenza della demolizione legittima” e capacità di ricostruzione/conservazione. Una trasformazione culturale che per Choay può avvenire attraverso una maggiore sensibilità per il disegno, con una percezione “corporale” dei luoghi dell’arte e dell’architettura. «Il trattato-statuto, come il De re aedificatoria, indica le buone pratiche costruttive e della trasformazione alle diverse scale, che rispettano e si alimentano delle regole di riproduzione di lunga durata del luogo. Ma la differenza con l’impostazione dell’Alberti è che, nell’epoca della globalizzazione, accanto a regole “universali” del buon costruire […] e del buon governo […] occorre produrre regole “pluriversali”, ovvero specifiche ad ogni luogo.
[…] In sostanza dal “trattato” ai trattati”, dallo statuto agli statuti locali per produrre il milieu differenziato, contestualizzato e articolato alla scala umana che Françoise Choay invoca».(8)

[Fabio Parolin]

(1) Riporto l’intenzione di Françoise Choay avvenuta dopo aver affinato le sue ipotesi nel corso della lettura assidua del De re aedificatoria nella versione latina e nel corso della traduzione del trattato.

(2) Ho ritenuto utile iniziare dall’interrogarsi dell’Alberti sulla natura di un’attività creatrice, l’edificazione, e che F.Choay nel suo ultimo libro Del destino della città spiega come sia unico il suo modo nella storia dei trattati.

(3) F.Choay, Del destino della città, Alinea, Firenze 2008, pp. 56-60

(4) Lewis Mumford, Storia dell’utopia, Donzelli editore, Roma 1997, p.27

(5) La lettura del romanzo Notizie da nessun luogo di W.Morris è stata per me non solo entusiasmante ma rivelatrice della dimensione del pensiero utopico. Appare quindi naturale, come già aveva avvertito Lewis Mumford, che vada oggi affermandosi la sensazione che l’assenza di utopia abbia provocato un indubbio impoverimento della progettualità sociale e una perdita della capacità di contestazione degli ordini costituiti: da qui l’esigenza di ripensare l’utopia.

(6) Magnaghi Alberto, Una metodologia analitica per la progettazione identitaria del territorio, Alinea, Firenze 2001

(7) Marguccio, Il progetto di territorio tra intuizione e metodo, Inside City New Editorial Concepts, Lisbona, Portogallo, 2009

(8) Presentazione di A.Magnaghi nel libro, Del destino della città di F.Choay

Bibliografia

Choay Françoise, La regola e il modello:sulla teoria dell’architettura e dell’urbanistica,Officina Edizioni, Roma, 1986

Choay Françoise, Del destino della città, Alinea, Firenze 2008

Marguccio Antonino, Il progetto di territorio tra intuizione e metodo, Inside City New Editorial Concepts, Lisbona, Portogallo, 2009

Magnaghi Alberto, Una metodologia analitica per la progettazione identitaria del territorio, Alinea, Firenze 2001

Mumford Lewis, Storia dell’utopia, Donzelli editore, Roma 1997

William Morris, Notizie da nessun luogo, Garzanti, Milano 1984